Quello tra cultura e potere è sempre stato un rapporto problematico: nonostante non è raro che entrambi coesistano pacificamente, capita spesso che l’autorità si serva di forme artistiche per farsi della propaganda o che queste due forze entrino in aperto contrasto. Sarebbe infatti impossibile stilare un elenco di quegli intellettuali che – nel corso della storia – hanno sofferto ingiustamente per il semplice fatto di possedere e manifestare delle idee differenti da quelle dei loro sovrani o superiori. Figure del calibro di Seneca, Dante, Giordano Bruno, lo scrittore spagnolo Miguel de Unamuno e persino uno dei più grandi romanzieri dell’età contemporanea come Salman Rushdie furono costretti all’esilio o condannati a morte da autorità secolari o religiose.

1000 frustate per la libertà
1000 frustate per la libertà. Fonte pinterest

1000 frustate per la libertà è il titolo di un libro pubblicato con l’intento di denunciare proprio queste terribili ingiustizie e, in particolare, al fine di rendere nota la vicenda del blogger saudita Raif Badawi. Il 7 maggio del 2014, dopo anni di persecuzioni, fu emessa contro di lui la sentenza che lo obbligava a scontare dieci anni di carcere, a pagare una multa di circa 267000 dollari e a sottoporsi all’atroce pena di ben mille frustate. La cosa più sconcertante – e che dovrebbe sensibilizzare l’opinione pubblica – è che non si tratta di un assassino, bensì di un libero pensatore colpevole di «violare i valori islamici e propagare un pensiero liberale».

Uno dei mezzi escogitati a sostegno della sua causa è stata la scelta di ricorrere alla raccolta dei testi del blog di Badawi pubblicandoli all’interno del libro già nominato, contenente anche un intervento della moglie, la quale è a sua volta una delle vittime di questa atroce condanna.

Raif Badawi
Raif Badawi. Fonte http://www.independent.co.uk/

Questo volume – inoltre – riporta le numerose riflessioni dell’autore sul regime teocratico che opprime i diritti dei suoi sudditi, ingabbiandoli nell’angusta prigione dell’assolutismo religioso, e le sue rivendicazioni riguardo alla necessità di poter esprimere il proprio pensiero, accompagnate però dalla consapevolezza dei tremendi rischi che tali frasi avrebbero comportato per la sua persona. Lo stesso Rushdie, ben a conoscenza della sofferenza che può causare una tale persecuzione religiosa (in quanto l’ha vissuta in prima persona) ha recentemente affermato – parlando del blogger saudita – che «l’analisi che egli ha fatto della sua stessa cultura è perspicace e rigorosa. Certamente deve essere salvato dalla terribile sentenza contro di lui e dalle spaventose condizioni della sua prigionia».

 

 

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