Robot, umanoidi, manipolatori riprogrammabili: li possiamo chiamare un po’ come ci pare, ma quale posto occupano nel mondo i nostri amici artificiali?

Robot
Robot. Fonte pinterest

Volendo definire un automa sul piano tecnico, esso è un apparato meccanico ed elettronico programmabile, impiegato nell’industria, in sostituzione dell’uomo, per eseguire automaticamente e autonomamente lavorazioni e operazioni ripetitive, o complesse, pesanti e pericolose (come da definizione Treccani). Occorre constatare che le richieste di brevetto per tecnologie robotiche siano triplicate nel corso dell’ultimo decennio e statistiche dimostrano che nei prossimi due anni verranno venduti più di 35 mila robot in tutto il mondo. Alan Mathison Turing – già negli anni ’30 del secolo scorso – gettò le basi della teorizzazione dell’intelligenza artificiale. Poi Isaac Asimov, nel 1942, elaborò quelle che sono passate ormai alla storia come Leggi della robotica, applicabili ai robot positronici. Lo scienziato sovietico ha impostato la sua argomentazione sul pilastro dell’assenza di rischi: un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

Isaac Asimov
Isaac Asimov

Ma oggi – con l’incessante sviluppo della tecnologia robotica – è possibile ancora ricondurre a questi principi una fattispecie semi-radicata nella nostra quotidianità? Il problema è ben più complesso ed articolato rispetto a quanto si pensi: esso – difatti –  tende ad inglobare l’ambito scientifico, quello etico fino a ricomprendere il diritto positivo. Su questo fronte è improbabile far convergere tutte le posizioni, ma la “saccenza” su cui si fonda il nostro magazine ci porta – sempre e comunque – a dire la nostra. Possono esistere ingegneri della coscienza? La mente dell’uomo può essere ricondotta ad un mero algoritmo? La soggettività giuridica può essere estesa ad un androide? La risposta è contenuta in un altro quesito – sia pur tautologico – posto da Patrick  Lin, direttore di Eticactor of Emerging Sciences Group alla California Polytechnic State University: come possibile codificare la compassione, la pietà, la consapevolezza di sé, il dolore, l’altruismo, la moralità? Il rapido sviluppo della scienza robotica determinerà presto la presenza di macchine automatiche che – oltre a svolgere compiti predeterminati – saranno dotate di autocoscienza. Ma è impossibile addurre una parificazione del tutto speculare tra il cervello umano – che comprende la mente – e quella che viene in gergo definita intelligenza artificiale. Illah R. Nourbakhsh – docente di Robotica presso il Robotics Institute della Carnegie Mellon University – ha rimarcato il gap spaventosamente incolmabile tra cervello umano e cervello robotico, dal momento che il cervello umano possiede una rete di sinapsi in cui ognuno dei cento miliardi di neuroni può interagire con altri diecimila. Ma soprattutto è la parte più recondita della persona umana a non poter essere instillata all’interno di un umanoide che – per quanto antropomorfo – non potrà mai provare gli stessi sentimenti e le stesse pulsioni di un individuo.

Io, robot
Io, robot

Il cult del cinema internazionale Io, robot – diretto da Alex Proyas – rappresenta una raffigurazione plastica di questo dissidio etico: il protagonista, il detective Del Spooner –interpretato da Will Smith – è molto scettico sui nuovi e avanzatissimi androidi ed in una scena che ha fatto la storia del cinema internazionale afferma: “Come spieghiamo il comportamento dell’uomo? Solo segmenti casuali di codice genetico, o è qualcosa di più?”. Sulla base di queste considerazioni, non sarebbe ammissibile una correlazione tra persona umana e robot.

Ecco perché (e adesso porto la discussione sul piano giuridico), il nostro sistema normativo non può applicare la disciplina della responsabilità anche ai robot, perché questi non sono uomini, non sono dotati di anima e corpo.  Il problema – tuttavia – non può esaurirsi in questa elementare soluzione: come tutelare gli individui, in carne ed ossa, che subiscono nocumento da questi automi?  Come tutelare la libertà e la sicurezza di un soggetto giuridico nei confronti dei comportamenti imprevedibili tipici di un robot? Queste incognite sono sempre più legate alla quotidianità di tutti e di ciascuno. Il vertiginoso incremento produttivo dei robot determinerà una drastica riduzione dei prezzi, sarà un po’ come il boom delle automobili nella metà del secolo scorso. Muterà tutto: si stravolgerà il mondo del lavoro, il nostro ordinamento giuridico necessiterà di una vera e propria rivoluzione e – soprattutto – noi tutti dovremo imparare a convivere – in modo del tutto egualitario – con macchine pensanti, con intelligenze artificiali.

Robot
Robot. fonte pinterest

Pur non avendo sicuramente esaurito i problemi derivanti dalla robotica, adesso possiamo chiederci: Siamo disposti a sentirci uguali ai robot? Siamo disposti ad accettare che i nostri amici-macchina vengano considerati uguali o simili a noi? Né la roboetica né tantomeno IlSaccente.it riescono a fornire una risposta unitaria ed onnicomprensiva, ma speriamo di trovare un lettore più saccente di noi.

 

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