L’obiezione di coscienza in campo medico consiste nella facoltà del medico o di altro personale sanitario di rifiutarsi di esercitare la propria attività di fronte ad una richiesta di intervento che violi i propri principi etici. L’obiezione di coscienza è prevista normativamente dalla L. n. 194/1978; tuttavia, prima di passare allo scandaglio questo testo legislativo, conosciuto meglio come Legge aborto, è bene delineare la situazione antecedente alla sua entrata in vigore. L’Italia durante gli anni sessanta – scrive Lorenza Perini – autrice del libro Dopo la 194.

Lorenza Perini
Lorenza Perini. Fonte aracneeditrice.it

Un tempo storico, un dibattito culturale, la geografia di un territorio, era in forte ritardo rispetto al clima di rivoluzione culturale e sociale che si respirava negli Stati Uniti ed in molti altri paesi europei. Nel nostro Paese era ancora diffusa in quegli anni la pratica dell’aborto clandestino. La legge sull’aborto del 1930 recitava che “chiunque cagiona l’aborto di una donna, col consenso di lei, è punito con la reclusione da due a cinque anni e la stessa pena si applica alla donna che ha consentito all’aborto”. Le donne subivano continue umiliazioni ed erano costrette a viaggi interminabili verso luoghi improvvisati per poter esercitare un diritto che non veniva loro riconosciuto giuridicamente. L’Unesco ha stimato un milione e mezzo di aborti clandestini all’inizio degli anni settanta in Italia e settanta milioni di lire di guadagno per chi li praticava; le donne ricorrevano a medici compiacenti o ad infermiere fidate per la pratica dell’aborto e, talvolta, a causa delle critiche condizioni economiche, finivano per abortire con l’aiuto dei familiari o autonomamente.

La legge 22 maggio 1978 n. 194 si occupa di disciplinare giuridicamente l’interruzione volontaria della gravidanza e pone l’attenzione sull’obiezione di coscienza, esercitabile – nei casi tassativamente previsti dalla legge – dai medici e dal personale sanitario. L’articolo 9 – oggigiorno al centro delle polemiche – dichiara che “il personale sanitario non è tenuto a prendere parte agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione” ed aggiunge che “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’art.7 (“Qualora l’interruzione della gravidanza si renda necessaria per imminente pericolo per la vita della donna, il medico è tenuto a darne comunicazione al medico provinciale”) e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza previsti dagli artt. 5 (“quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, sociali o familiari sulla salute della gestante” il consultorio e la struttura sanitaria devono offrire alla donna tutti gli aiuti necessari durante e dopo la gravidanza), 7 e 8 (“ nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno poter essere effettuati presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati ed autorizzati dalle regioni”). L’obiezione di coscienza non è legittima quando – date particolari circostanze – l’intervento del personale medico sia indispensabile per salvare la vita della donna.

Un tema di così ampio respiro ha suscitato ed alimentato un imponente dibattito che vede protagoniste distinte correnti di pensiero e l’opinione pubblica nel suo complesso.

Dottoressa Agatone
Dottoressa Agatone. Fonte donnamoderna.com

Silvana Agatone, presidente della Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della 194), in una intervista rilasciata al quotidiano online Lettera 43, ha chiarito la distinzione tra l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), che si effettua entro i primi novanta giorni, e l’aborto “terapeutico”, che va effettuato dopo i tre mesi qualora la salute della donna sia in pericolo o il bambino abbia gravi malformazioni. Nel primo caso risulta essere più semplice per gli ospedali predisporre una base organizzativa anche in mancanza di un medico non obiettore. Le gravi problematiche si riscontrano nel caso degli aborti terapeutici, aggiunge la ginecologa, poiché occorre un ricovero necessario tramite la somministrazione di farmaci che potrebbero fare effetto anche dopo tre giorni e per tale motivo è indispensabile che ci sia un medico non obiettore all’interno dell’ospedale. La Agatone denuncia la mancanza di medici non obiettori in determinate regioni d’Italia citando esempi concreti con dati statistici alla mano. Nel Lazio – ad esempio – i ginecologi non obiettori all’interno delle strutture ospedaliere sono soltanto sette. Nel nostro Paese, il 70% dei medici è costituito da obiettori e solo il 60% degli ospedali ha il comparto organizzativo idoneo ad esercitare l’interruzione volontaria di gravidanza. La presidentessa della Laiga denuncia una violazione della legge 194 in quanto “solo il 60% degli ospedali italiani eroga il servizio, ma non viene precisato se si tratti di Igv o aborti terapeutici”. Questo provoca continui spostamenti da regione in regione e un notevole dispendio di risorse economiche a carico dei soggetti interessati.

Giorgio Celsi
Giorgio Celsi. Fonte 27esimaora.corriere.it

Giorgio Celsi, presidente di Ora et labora in difesa della vita, è un infermiere obiettore che ha sempre espresso dichiarazioni molto forti sull’aborto. Egli reputa che l’aborto provochi danni seri alla salute psicofisica della madre in quanto non ti evita di essere mamma, ma ti rende solo madre di un bambino morto. Il personale medico dovrebbe cooperare con i soggetti coinvolti per potere superare insieme le difficoltà, facendo sì che i grembi delle madri non siano più cimiteri, ma culle di vita e luoghi di speranza.

E’ lecito avere degli ospedali privi di una struttura organizzativa efficace e di personale medico in grado di sostituire immediatamente eventuali obiettori di coscienza? Si può perdere la vita a causa di questo deficit organizzativo? Probabilmente in diversi ospedali italiani andrebbe ridefinito un piano di intervento che assicuri la tutela della donna. Negli ultimi mesi, in alcune regioni si è mosso qualcosa. Il San Camillo (Roma) – come ha riportato Repubblica nel maggio 2016 – per la prima volta in Italia ha indetto un concorso per assumere due dirigenti di Ostetricia e Ginecologia che siano pronti ad applicare la legge 194. La diffusione dell’educazione sessuale potrebbe giocare un ruolo chiave per la diminuzione degli aborti e promuoverebbe l’importanza dell’uso dei metodi contraccettivi.

Obiezione di coscienza dati ministero
Dati forniti dal ministero della salute aggiornati al 2013

Vi rimandiamo al testo della Legge n. 194/1978

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_normativa_845_allegato.pdf

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