fonte ansa.it
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La rivolta di Reggio del 1970 è stata uno degli eventi più rilevanti, dal secondo dopoguerra in poi, della storia del Mezzogiorno d’Italia. Non si ricorda, nell’Italia repubblicana, un altro episodio di mobilitazione popolare equiparabile per durata, partecipazione e violenza a quello reggino. Tuttavia, nonostante quanto avvenuto meritasse ampi approfondimenti politici, storici e sociali, i moti di Reggio sono ancora oggi scarsamente trattati nei volumi di storia e poco noti alle generazioni più giovani.

I “Moti” si inseriscono in un contesto nazionale confuso e complesso: l’Italia della Prima Repubblica, che aveva superato la fase travagliata del dopoguerra e aveva vissuto – anche se per un periodo troppo breve – il cosiddetto “miracolo economico”, ma che era fortemente caratterizzata dalle paralizzanti controversie tra i partiti politici e dagli squilibri territoriali.

Quando, nel 1970, nacquero le regioni a statuto ordinario, già previste nella Costituzione del 1948 ma che, prima di allora, non erano state attuate, sorse la questione del capoluogo: sia Reggio che Catanzaro pretendevano di ospitare la sede della Regione calabrese, la prima perché suo diritto acquisito da millenni di storia, durante i quali è sempre stata la prima città della Calabria, la seconda perché era già sede della Corte d’Appello, e occupava una posizione geografica centrale nella cartina della regione.

Nella battaglia politica tra le due città calabresi candidate a ricoprire il ruolo di guida della regione, gli amministratori di Catanzaro trovarono presto in Cosenza una valida alleata: tra strette di mano ed accordi sottobanco, a Cosenza andava la promessa di ospitare la sede dell’Ateneo calabrese, che stava per essere istituito, e a Catanzaro il supporto nella rivendicazione del capoluogo. L’alleanza tra le due città consorelle della Calabria “Citeriore” lasciò Reggio in una posizione di netto svantaggio dal punto di vista politico. Infatti Catanzaro e Cosenza potevano contare tra le loro file politici che occupavano ruoli di maggiore importanza e rilievo nella compagine ministeriale e che dunque disponevano di un grande potere decisionale.
Secondo molti reggini, si trattò di un complotto, di un accordo illegittimo perché avvenuto fuori dalle istituzioni e, dunque, non poteva essere accolto. Si susseguirono così molte manifestazioni di protesta, spesso guidate dai vari comitati sorti a difesa dei diritti di Reggio.

immagine tratta da ilmamilio-it
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La contestazione degenerò nella rivolta martedì 14 luglio del 1970: quel giorno, il secondo dello sciopero generale provinciale indetto, fra gli altri, dagli amministratori reggini, una folla si era recata nella piazza Italia per ascoltare un comizio del sindaco di Reggio, Piero Battaglia, e del missino Fortunato Aloi. In quella piazza scoccò la scintilla della rivolta: la polizia, probabilmente per ordine proveniente da Roma, suonò la carica con lo scopo di disperdere la folla, malmenando i dimostranti. Da quest’episodio, per sei mesi, fino a febbraio 1971, Reggio divenne campo di battaglia, con barricate erette per contrastare le cariche delle forze dell’ordine, migliaia di persone per strada, lanci di molotov, interruzione delle vie di comunicazione e delle attività commerciali, ed in un secondo momento, la presenza dell’Esercito Italiano nella città dello Stretto per ripristinare l’ordine. I vani tentativi di sedare la rivolta, da parte del Governo, che prometteva insediamenti industriali, non furono efficaci.

Tuttavia, dopo mesi,di guerriglia e di dolore, in assenza dei servizi necessari, la città era sfiancata e devastata. Fu per questo, e non per aver trovato un compromesso che fosse soddisfacente, che i moti si conclusero.
I reggini – infatti –  non ottennero i risultati sperati, per i quali erano scesi in piazza. La decisione definitiva fu quella di assegnare il capoluogo a Catanzaro e di separare la sede della Giunta regionale da quella del Consiglio, divise da 150 chilometri, di programmare insediamenti industriali (che si rivelarono fallimentari) nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio e di istituire l’Università della Calabria nel territorio cosentino.
Il fuoco della rivolta si spense, ma restava una diffusa delusione e una profonda diffidenza verso le istituzioni, verso i partiti e verso i politici, colpevoli, secondo i reggini, di aver abbandonato Reggio e di averla privata dei suoi diritti.

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