E’ inquietante scorgere la classifica di Reporters sans Frontieres che, su un totale di 180 paesi, ha collocato la nostra repubblica al settantasettesimo posto per la libertà di stampa.  L’ Italia perde ben quattro posizioni rispetto al 2015 ed è il fanalino di coda dell’Unione europea, seguito solo da Cipro, Grecia e Bulgaria.  Uno dei criteri impiegati  è relativo al fatto che fra i 30 e i 50 giornalisti sarebbero sotto protezione della polizia per minacce di morte o intimidazioni. Viene da chiedersi  come sia possibile che in una democrazia vi siano limitazioni ad un principio inalienabile che dovrebbe appartenere a chiunque. Lo stesso articolo 21 della nostra Costituzione si dimostra garantista verso l’esercizio della libera manifestazione del pensiero tramite l’impiego della parola, dello scritto e di ogni altro mezzo di diffusione. La disposizione costituzionale tutela la stampa, la quale non può essere sottoposta ad autorizzazioni o a censure.

Il nostro bel Paese è colmo di storie di giornalisti che hanno subito minacce o persino perso la vita per aver fatto il proprio mestiere e per aver rivelato indagini scomode ed impopolari. Basti pensare al caso che ha visto coinvolto Spampinato nel 1972: corrispondente del giornale “L’Ora” di Palermo e de “L’Unità”, questi venne ucciso con sei colpi di pistola. Il suo assassino, Campria – figlio dell’allora presidente del tribunale di Ragusa – si costituì, ma in breve tempo si verificò l’insabbiamento del processo. Il noto giornalista indagava sull’uccisione di un imprenditore facoltoso, Tumino, avvenuta a Ragusa.

Indro Montanelli. Fonte ansa.it
Indro Montanelli. Fonte ansa.it

Un’altra vittima di tali atti deplorevoli fu Indro Montanelli, giornalista de Il messaggero, del Corriere della Sera e de Il Giornale. Questi – nel 1977 – fu allontanato per aver scritto un articolo definito “disfattista” e gambizzato da quattro proiettili da elementi appartenenti al gruppo di matrice terroristica Brigate rosse, accusato di essere fedele amico delle multinazionali.

Negli ultimi anni, sono state infinite le denunce scottanti manifestate da scrittori, giornalisti e da gente vogliosa di verità. E’ quasi impossibile evitare di citare il celebre autore di “Gomorra”, Roberto Saviano, il quale dal 2006 vive sotto scorta e lotta ogni giorno per ricercare quella normalità che sembra essere ormai stata perduta. Ha avuto la capacità di

Roberto Saviano. Fonte ansa.it
Roberto Saviano. Fonte ansa.it

condannare la piaga della camorra, non facendo un’analisi sterile e banale del fenomeno, bensì studiando da vicino la figura dei boss, analizzandone il ruolo dominante all’interno della società. La camorra appare come una grande mano che è riuscita a ramificarsi in tutti i settori economici e nel mondo del business. Saviano  non delinea il profilo del piccolo boss mafioso, ma quello del grande imprenditore ed uomo d’affari e, con una rabbia che gli proviene dal profondo, ha ancora la sensibilità e la tenacia di non piegarsi a tutto ciò che lo circonda e la forza di combattere l’omertà e l’indifferenza delle persone che fanno finta di nulla.

E’ utopia poter vivere in un Paese in cui il giornalista – o chi per lui – abbia la possibilità di essere libero di scrivere la verità e di denunciare senza dover vivere sotto protezione? Non ci resta che continuare con forza ad imporre le proprie idee, senza essere il burattino di nessuno, ricordandoci di informarci adeguatamente e di diffondere una comunicazione veritiera. Si sta – purtroppo – assistendo anche al decadimento del mondo giornalistico: i mezzi di comunicazione trasmettono troppo spesso una informazione distorta, mettendo a rischio la serietà del proprio mestiere e ponendo in crisi la gente che ha fame di conoscenza.

George Orwell. Fonte il giornale.it
George Orwell. Fonte il giornale.it

George Orwell, probabilmente, aveva ragione. Il settore della comunicazione è controllato con frequenza dall’alto ed è dominato dalla dipendenza da un partito politico o da una ideologia prevalente. Lo scrittore britannico nella sua distopia 1984 – come sottolinea il giornalista Mauro Daltin – pone al centro della sua analisi profetica il “bipensiero”, cioè la capacità di sostenere due opinioni contraddittorie e di accettarle entrambe come esatte. Egli si riferisce al periodo dei totalitarismi, ma molte delle sue tematiche si ripercuotono ai giorni nostri. Orwell descrive in modo tragico la manipolazione del linguaggio e la distorsione del pensiero, ritenendo che la regola del processo totalitario consista non solo nel credere realmente a tutto quanto sostenuto dalla classe dirigente dominante, ma, se il Partito lo desidera, potrebbe persino mutare l’incontrovertibile certezza che “2 più 2 è matematicamente 5”.

Enzo Biagi. Fonte lastampa.it
Enzo Biagi. Fonte lastampa.it

In una fase in cui il mondo dell’informazione italiano ha il vitale bisogno di rialzarsi, aggrapparsi ad esempi positivi che hanno reso grande il nostro giornalismo è inevitabile. Nove anni fa moriva Enzo Biagi, uno dei più grandi esperti di comunicazione del periodo novecentesco. Durante la sua carriera non si piegò mai alle logiche partitiche e fu fautore di una informazione acuta e libera. Nel 2002, Silvio Berlusconi puntò il dito contro Biagi, Luttazzi, e Santoro, per quello che passerà alla storia come “editto bulgaro”. In quel momento egli conduceva “Il fatto”, in onda subito dopo il TG1.  La sera del 18 aprile del 2002 rivelò ai telespettatori la forte probabilità che quella sarebbe stata l’ultima sua conduzione. A scatenare le ire del Premier fu la puntata in cui Biagi , in piena campagna elettorale, intervistava il comico Benigni, il quale non risparmiava battute all’allora leader dell’opposizione. Il commento di Berlusconi fu tagliente: “Ieri sera è   stata una cosa terribile”. Biagi era di certo un personaggio scomodo che amava raccontare verità scottanti sulla variegata situazione politica italiana; è passata alla storia la sua frase, che oggi dovrebbe essere presa a modello dalla gran parte dei giornalisti italiani e da tutti gli uomini che si sentono liberi e privi di qualsiasi condizionamento: “Eventualmente è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti”.

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