Il diritto di essere riconosciuto innocente fino a prova contraria, il principio di presunzione di non-colpevolezza, è un diritto umano fondamentale, presente nel corpus costituzionale di ogni stato democratico. L’art. 11 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo recita:

Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.” A questo si lega naturalmente anche l’eguaglianza di fronte alla legge e il diritto ad un equo processo, quindi a prove veritiere, accertate, fondate (art. 10 della Dichiarazione).

La Dichiarazione Universale risale al 1948, ma ancora prima un grande scrittore e giornalista francese è diventato il porta-voce e propugnatore di questi principi di giustizia, legalità, verità, umanità e libertà, Emile Zola. Quest’ultimo è diventato manifesto di denuncia pubblica a forme di sopruso e ingiustizia perpetrati dalle autorità pubbliche la sua lunga e rivoluzionaria lettera J’Accuse, indirizzata al Presidente della Repubblica, pubblicata in prima pagina nel 1898 nella rivista L’Aurore. In essa Zola tratta del celebre Affare Dreyfus e sostiene l’innocenza dell’ufficiale francese ebreo (Dreyfus), accusato ingiustamente di tradimento per aver svelato informazioni segrete alla nemica Germania. Una manifestazione di antisemitismo e di corruzione delle indagini spingono lo scrittore a gridare da uomo onesto la verità, a svelare i veri colpevoli, condannando lo spaventoso rifiuto di giustizia di cui è ammalata la Francia in quel periodo.

“Et c’est à vous, monsieur le Président, que je la crierai, cette vérité, de toute la force de ma révolte d’honnete homme”.

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Zola accusa luogotenenti e generali di aver diabolicamente dato vita a un errore giudiziario, la più grande iniquità del suo secolo, basando la colpevolezza di Dreyfus su prove inesistenti, incomplete, menzognere, nascondendo le prove della sua innocenza, con l’obiettivo di salvare l’immagine dello Stato Maggiore Francese e del Ministero della guerra. La denuncia della contaminazione e poca trasparenza delle indagini porterà Zola, debole di fronte all’autorità militare, a dover trascorrere un anno in carcere per diffamazione e vilipendio delle forze armate.

Zola diventa così un modello di avvocato difensore “de l’humanité qui a tant souffert et qui a droit au bonheur”, un esempio che ritroviamo in molti uomini e donne che lottano ogni giorno contro gli abusi di uno stato autoritario e antidemocratico, che priva i propri cittadini, a cui dovrebbe garantire sicurezza, delle libertà e dei diritti fondamentali.

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La ragion di stato non può opprimere e negare la giustizia e l’eguaglianza, attuando forme di abuso dell’autorità pubbliche contro la libertà e innocenza del singolo.

È necessario ancora oggi ricordare la coraggiosa azione di Zola? La Francia non dovrebbe mai dimenticare i valori grazie ai quali è nata (liberté, egalité, fraternité), soprattutto in questi ultimi anni, dove la paura del terrorismo ha portato a un aumento degli attacchi contro i musulmani – in passato era antisemitismo, ora è islamofobia – e a una rinascita dei movimenti antisemiti e nazisti, costringendo (oggi!) molti ebrei a lasciare le periferie francesi per andare al centro di Parigi o in altri stati, come Israele e Londra.

La presunzione di non-colpevolezza potrebbe essere declinata ai casi di stigmatizzazione delle minoranza etniche e religiose, nei quali la criminalità è associata all’appartenenza a un gruppo. Dove stanno le prove che il singolo ebreo, musulmano, afroamericano, rom, è criminale come alcuni suoi compagni? Per l’opinione pubblica il principio di innocenza – o di non criminalità – fino a prova contraria non vale.

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