E’ ormai l’appuntamento fisso delle scuole superiori italiane, lo spauracchio dei presidi dei licei che ogni anno si contendono la testa della classifica. Tra gli indici il rendimento degli studenti al primo anno di università per i licei, e il tasso di occupazione per gli istituti tecnici e professionali. In vetta alla classifiche i nomi noti del Mamiani, del Tasso a Roma, o per spostarci a Milano, il Sacro Cuore, il Berchet. I soliti noti che occupano da anni i primi posti della graduatoria più attesa del mese di Novembre, la classifica che manda nel pallone tutti i genitori che abbiano almeno un figlio di 13 anni, tra un pettegolezzo e un sentito dire all’uscita di scuola.

Ma occorre riflettere sulla reale qualità della nostra istruzione; Buona Scuola o meno, ci dobbiamo interrogare sul valore del nostro sistema educativo, dai saldi pilastri come il liceo classico, fino ai supermoderni istituti tecnici. Una cosa è certa, i nostri studenti sono quelli che arrivano a fare i conti con il mondo del lavoro più tardi. Mentre i nostri ragazzi sono ancora tra i banchi di scuola, in Europa i loro coetanei già lavorano, e i tempi di transizione sono elevati, secondo le classifiche Eurostat l’Italia è agli ultimi posti. Ma il problema consiste solo nella capacità occupazionale del nostro sistema scolastico? Quanto imparano i nostri alunni e cosa dovrebbero imparare? Le scuole, come rilevato dagli esperti, sono sempre più indirizzate a fornire metodi anziché nozioni. La scuola del domani è interessata a una formazione di massa, non elitaria, volta non tanto a trasmettere contenuti, quanto a dare metodi per risolvere problemi.

E si fanno largo nel nostro ordinamento scolastico, insegnamenti volti a rafforzare le competenze  trasversali, le cosiddette soft skills che stanno tanto a cuore alle nuove imprese. La scuola digitale, sempre più smart: il 2015 ha segnato la deadline per i registri cartacei definitivamente andati in pensione, ai quali si sostituiscono i più versatili tablet, le lavagne interattive, con i pennarelli magnetici che stanno rapidamente sostituendo i polverosi gessetti. E chiaramente un occhio di riguardo alle lingue: nel villaggio globale le scuole di oggi sono sempre più international, con un’attenzione spasmodica all’inglese e alla conversazione in lingua. Le attività extracurriculari, dai corsi di arabo, alla musica, per finire ai laboratori politici e alla rappresentanza studentesca. Tutti elementi destinati ad incidere sempre di più sul curriculum della classe dirigente del domani.

rete8.it
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E la scelta delle famiglie che ricade sempre di più sugli istituti professionali, che dotano gli alunni di competenze immediatamente spendibili nel panorama lavorativo, mentre chi ama restare qualche anno in più sui libri sceglie i licei che spalancano le porte delle facoltà universitarie più richieste, con una concentrazione maggiore all’elaborazione del pensiero e del metodo. E nel frattempo con le scelte delle famiglie entrano in crisi gli istituti tradizionali, proprio come il liceo classico, ormai al centro di una polemica senza fine. Il liceo della classe dirigente, al centro di un polverone mediatico che lo ritiene inutile, fino a spingere a fare un processo all’istituzione scolastica più antica del paese, con il compianto Umberto Eco a leggerne le memorie difensive. Mentre dal versante opposto emerge la posizione di licei scientifici e istituti professionali. E come in ogni periodo di crisi ritorna il proverbiale “Con la cultura non si mangia”. E poi l’impennata in classifica dei licei linguistici, di chi crede che di uno strumento come una lingua straniera se ne debba fare il contenuto principale.

classifica
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E’ sempre una questione di metodi e contenuti nella scuola italiana di Catullo e Newton che si proietta nel futuro. Cosa va cambiato? Cosa deve rimanere com’è? In entrambi i casi la risposta è sempre tanto. Il domani ha bisogno di chi ha la sensibilità che può avere solo chi ha studiato Catullo, e la capacità di problem solving di chi sa studiare una funzione, ma anche della versatilità di chi ha studiato all’estero e della rapidità di chi è cresciuto con in mano uno smartphone. Non perdiamo la bussola, il futuro è adesso.

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