Sembra che l’UE in questi ultimi mesi voglia far rinascere negli animi dei cittadini europei quel sentimento anti-americano degli ultimi anni del Novecento, quando ebbe inizio il movimento di opposizione alla globalizzazione, intesa come diffusione (imposizione?) del modello economico e culturale degli Stati Uniti nel mondo. Sono ancora in corso i negoziati, finora svolti a porte chiuse senza informare e coinvolgere cittadini e parlamenti nazionali, tra “il gigante e la bambina”, gli USA e l’UE, per concludere l’accordo commerciale di libero scambio, il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership. Facilitare il commercio, eliminandone i vincoli, dovrebbe avvantaggiare sia produttori che consumatori. Ma siamo sicuri che gli interessi della collettività prevarrano sugli interessi privati?

fonte lindro.it
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Cosa cambierà con l’entrata in vigore del Trattato? Il fine è l’unificazione delle regole (anche sanitarie), di norme, procedure, requisiti tecnici, applicati ai prodotti, per ridurre i costi e l’inefficienza negli scambi tra le due potenze economiche. L’UE ha una legislazione più severa rispetto agli USA in materia di sicurezza alimentare, uno dei settori che verrebbe coinvolto. Secondo Greenpeace sarebbero a rischio le limitazioni europee agli OGM, ai trattamenti ormonali della carne, all’uso di pesticidi e le norme di etichettatura dei prodotti. La Commissione Europea ha assicurato che non si abbasseranno gli standard europei di protezione delle persone e dell’ambiente e ha auspicato che l’accordo sia approvato in maniera democratica e trasparente dagli stati e dal Parlamento Europeo.   Come in ogni occasione di liberalizzazione del mercato e di commercio internazionale, ci sono vincenti e perdenti, sulla base della capacità di un produttore di competere nel mercato mondiale. Il mercato americano diventerà più accessibile agli esportatori europei, l’UE diventerà l’esca delle grandi imprese americane. Si prospetta una maggiore mobilità di merci, lavoratori e investimenti. Crescita, nuovi posti di lavoro, più scelta e bassi prezzi per i consumatori, sono le conseguenze (ideali o reali?) che le istituzioni europee si aspettano. Rischi per la sicurezza e la salute alimentare, per l’ambiente e i consumatori, limitazione dei diritti e della capacità dei governi di far valere l’interesse del proprio paese contro quello delle multinazionali: queste sono le principali preoccupazioni. Inoltre si prospetta uno scontro tra le imprese agricole americane, che non sono incentivate a differenze di quelle europee alla produzione sostenibile e biologica, e le piccole-medie imprese europee, a svantaggio di queste ultime. Infatti la Francia, gelosa della propria produzione nazionale, è tra quelle nazioni che mostrano più prudenza nel corso dei negoziati. E che ne sarà delle PMI italiane? Per loro sarà più facile dare sbocco al made in Italy o la competitività diventerà una minaccia? Un pericolo per la salute umana deriverebbe anche dall’importazione di prodotti chimici americani, che vengono autorizzati negli USA senza previo rispetto del principio di precauzione, valente in UE: un prodotto chimico è sicuro finchè “non scappa il morto” (fino a prova contraria), senza obbligo di valutazione preventiva. Si rischia dunque di spacciare i controlli di sicurezza americani sui pordotti per equivalenti a quelli europei (pur essendo le legislazioni e regolamentazioni nazionali differenti e contrastanti).

fonte uci.it
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Il trattato dà vita a organi e istituzioni di dubbia legittimazione democratica e garanzia, come il Consiglio per la Cooperazione Regolativa e l’Investor-State Dispute Settlement (ISDS): il primo fissa gli standard degli scambi transatlantici, sostituendosi ai Parlamenti e sottraendosi al controllo democratico dei cittadini; il secondo è l’arbitrato internazionale per la soluzione delle controversie tra investitori privati (es.multinazionali) e Paesi parte dell’accordo: le multinazionali, dotandosi dei migliori avvocati, possono accusare gli stati di ostacolare il libero scambio (es. attraverso normative sulla protezione ambientale), costringendo questi a pagare multe salatissime (cioè a pagare sono i cittadini). La Commissione europea ha una visione più positiva: l’integrazione e la cooperazione tra i due continenti rafforzerà le regolamentazioni attraverso la condivisione di esperienze, talenti e conoscenze scientifiche. Ma come si possono “reinforce” le regole eliminando gli ostacoli agli scambi, tra cui i severi, anche se ripetitivi, controlli sui prodotti importati? I commissari assicurano che “ it will not allow products on the EU market that do not meet EU requirements”, cioè i prodotti irrispettosi delle normative europee non entreranno nella nostra economia. Perchè parlare del TTIP, i cui negoziati sono ancora in corso e i punti deboli migliorabili? Un traguardo è stato già raggiunto dai negoziatori, con la firma del CETA, l’equivalente del TTIP tra il Canada e l’UE. Con l’eliminazione dei dazi gli esportatori europei risparmiano 500 milioni di euro all’anno. Democrazia, ambiente, sicurezza e salute dei consumatori a giudizio delle istituzioni europee non subiranno alcun danno, ma anzi ci saranno più posti di lavoro, opportunità per i produttori e trasparenza nei processi tra privati e stati. I prodotti canadesi accedereranno al mercato europeo solo se rispettano la normativa interna, come quella relativa alla sicurezza ambientale e alimentare. Tutto “rose e fiori” secondo uno dei negoziatori dell’accordo. Allora perchè svolgere i negoziati in segreto se la posta in gioco è più benessere per tutti?

La globalizzazione porta con sé sempre un trade-off, in questo caso tra un aumento del tenore di vinta, più ricchezza, e rischi per la salute, per l’ambiente, per la democrazia e per l’uguaglianza.

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