Un Fisco opprimente e nemico del cittadino. Italia, la strada da percorrere è ancora lunga

Quando la crescita dello zerovirgola non basta più.

Sono sconcertanti, per qualsiasi persona dotata di un minimo di buonsenso, i risultati giuntici dall’ennesima ricerca della CGIA di Mestre: in Italia –  ogni anno – ciascun cittadino deve al Fisco 946€ di tasse in più rispetto alla media dei cugini europei.

Logo CGIA Mestre
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In Italia – cioè –  il contribuente medio versa all’Erario il 43,4% del proprio reddito per finanziare una spesa pubblica il cui ammontare (830 miliardi di euro) sembra sempre più incontrollabile. Non a caso –  infatti – nel 2015 si è festeggiato il 3 Giugno il tax freedom day, giorno in cui finalmente si smette di lavorare per il Fisco  e si inizia a farlo per soddisfare i propri bisogni e le proprie esigenze.
Tuttavia, tutti questi numeri sono destinati a rimanere fuffa se non accompagnati da accurate ed attente analisi che illustrino le ragioni per cui la situazione attuale è insostenibile. Ed è questa una materia che va trattata a tutto tondo, senza tralasciare l’influenza dei Trattati comunitari e degli stringenti vincoli da essi derivanti per gli Stati membri (Fiscal compact su tutti).

Da alcuni anni insigni economisti, anche d’oltreoceano, criticano l’eccessivo rigore europeo imputando allo stesso di non aver consentito ai Paesi dell’eurozona di crescere a livelli ottimali dopo la tremenda crisi del 2008. Crisi che oggi, fortunatamente, sembra solo un lontano ricordo.

modello 730Si è giustamente detto al riguardo che i Paesi europei sono di fronte ad un trilemma: pareggio del bilancio, crescita economica e attuali livelli di spesa pubblica, potendo scegliere semplicemente due tra queste tre cose. Non è statisticamente e logicamente possibile avere sviluppo a questi livelli di spesa, senza creare debito come furbescamente fecero i nostri padri che pure, dai salotti degli studi televisivi, pretendono di darci lezioni di moralità sulla gestione della cosa pubblica.
Il pareggio di bilancio – infatti – principio sacrosanto di trasparenza che Luigi Einaudi provò, senza riuscirci, a far scrivere in Costituzione all’art.81 ultimo comma, diventa una follia se la spesa pubblica sfiora il 50% del PIL, così obbligando i cittadini a lavorare per più di 150 giorni all’anno per lo Stato. A ciò si aggiunga il fatto che il 15-20% della spesa pubblica è fatto di sprechi ed inefficienze nelle quali i cittadini giornalmente si imbattono, de visu, nei rapporti con la pubblica amministrazione. Insomma, rebus sic stantibus, nessun rimprovero può muoversi al contribuente che consideri il Fisco un nemico da combattere.
E benché in maniera semplicistica e populistica da più parti politiche si è soliti rappresentare come causa di tutti i mali l’euro ed i Trattati europei, che pure giocano in questa situazione un ruolo fondamentale, appare chiaro che non è affatto così. Al contrario, tutto ciò è frutto del mito malevolo dello Stato sociale e assistenziale pervasivo radicato nella cultura dell’italiano medio, culminato in un sistema di governance locale il cui fine ultimo non è quello di garantire servizi adeguati ed efficienti ai cittadini, bensì quello di distribuire nei vari territori posti di lavoro a destra e a manca. Cui prodest? Senza dubbio a questo o quel partito politico che trae consenso elettorale dalla gestione clientelare della cosa pubblica.
È auspicabile – dunque – che i cittadini in primis, di concerto con le classi dirigenti locali, si pongano questioni prettamente etiche e morali in questi termini. Soprattutto, che vi sia un serio e lungimirante intervento governativo che miri a sfaldare una volta per tutte questo fittizio Deus ex machina, fonte di corruzione e malaffare. Occorre fare ciò se si vuole rilanciare il Paese, senza lasciar spazio a chi dai palchetti delle piazze urla e sbraita ponendo problemi (reali), ma senza essere in grado di offrire adeguate risposte.

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