«Tutti i draghi rimasti sono frutto della fantasia degli autori». Con questa citazione di Linneo (un noto scienziato del ‘700) si apre la raccolta di storie Cari mostri di Stefano Benni, che segna una tappa importante per la sua poetica, affrontando i temi della paura e dei mostri.

Stefano Benni
Stefano Benni. Fonte ansa.it

La trama racconta di un animale sui generis, un Wenge, affidato ad un uomo che vive una situazione di crisi personale (è stato appena lasciato dalla fidanzata) e di oppressione, data dalla fatica del vivere quotidiano e dal peggiorare del proprio rapporto con il mondo circostante. L’avvento del nuovo animaletto si affianca ad un cambio totale nel lineare percorso della vita del protagonista – alla sparizione del gatto molesto segue quella del cane – e nella sua personalità, che sembra indurre il protagonista ad una maggiore attività fisica ed intellettuale. Queste mutazioni, notate dall’ex-fidanzata, finiscono per convincerla a riprendere la loro relazione, che però cessa repentinamente per la troppa furia ed aggressività del padrone del Wenge.

Stefano Benni
Stefano Benni. Fonte ansa.it

O almeno, questo è ciò che il lettore è portato a credere…                                                   In realtà, l’origine misteriosa e dichiaratamente primitiva di questo animaletto sono il simbolo della stessa matrice primitiva che l’uomo ha saputo ben reprimere e relegare nei recessi più profondi di se stesso. Una delle possibili verità riguardo ai fatti del racconto porta a presupporre che il Wenge abbia il potere di far crescere «la malvagità e la fame di vendetta» e di tirar fuori «ciò che l’evoluzione ha nascosto, ma non cancellato». Questa storia, infatti,  è una riflessione sulla cattiveria insita in ogni essere umano, presente in lui dall’alba dei tempi, ma che ha bisogno di un mostriciattolo per emergere e che porta ciascuno di noi a domandarsi: “Cosa sei?”

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