Il giorno dopo

Il giorno dopo uno storico referendum, pensieri e sensazioni.

L’argomento che, più di ogni altro, è stato protagonista della vita politica italiana in questi ultimi mesi è stato sicuramente il Referendum per confermare o respingere la cosiddetta riforma Renzi-Boschi, contenuta nella legge costituzionale approvata dal Parlamento il 12 aprile 2016.

Dopo mesi e mesi di confronti, slogan dopo slogan e una ‘’campagna elettorale’’ non priva di polemiche, il popolo sovrano si è espresso in merito a questa riforma costituzionale, e il risultato, il giorno dopo, è abbastanza chiaro:il 59,11% ha votato no, il  40,89% con un affluenza ai seggi del 68,48%, affluenza potremmo dire “da record” per un referendum, considerando i dati degli ultimi anni.

Data l’importanza della materia trattata e il valore politico che il Premier Renzi ha dato a questo voto, era risaputo che le conseguenze, qualunque fosse stato il risultato, sarebbero state pesanti. Il risultato c’è stato, anche abbastanza chiaro e le conseguenze almeno per il momento pure, il Premier come da promessa annuncia in diretta durante lo scrutinio le sue dimissioni nella giornata di oggi, le borse risentono di questa decisione popolare e il paese naviga nell’incertezza, viene difficile pensare anche a delle elezioni a breve termine se prima non si fa una legge elettorale diversa dal ‘’porcellum’’, dichiarato incostituzionale.

L’analisi che però vogliamo fare è sul referendum in se, e non sulle conseguenze del risultato, che avremo modo di scoprire solo nei prossimi giorni se non mesi. Quello che  si evince è un Paese che con forza respinge la proposta. In pratica tutto il territorio nazionale ha prevalso il No( fatta eccezione per 3 regioni Emilia Romagna, Toscana e Trentino che potremmo definire ‘’spaccate in due’’), con picchi percentuali al Sud (forse anche in virtù dell’incessante ormai stato di abbandono nel quale versano le Regioni meridionali).

Un voto certamente anche politico, ma questo certamente non lo si può imputare soltanto agli elettori anzi è il Premier che ha, in modo abbastanza arrogante, personalizzato la questione pagandone il prezzo con una sonora sconfitta. Voto politico in parte perché d’altra parte gli elettori, nonostante l’incessante propaganda a favore del Si fatta dal governo, dagli esponenti del PD che governano 17 Regioni italiane e da tantissimi personaggi pubblici, hanno capito gli enormi e confusionari cambiamenti che questa riforma avrebbe apportato alla nostra carta costituzionale, respingendola.

Basta ad esempio pensare alla presunta rappresentanza delle autonomie locali tramite il cosiddetto senato delle autonomie, che avrebbe dovuto eliminare i contrasti tra Stato e Regioni anticipando il confronto tra i due al momento di formazione della legge, il problema nasce nel concreto però, perché i senatori non avrebbero potuto esprimere alcun parere vincolante in merito alle materie che lo interessavano.

La cosa più grave però è aver spaccato in due il Paese su un tema troppo delicato quale è la nostra Costituzione, solo per meri interessi politici. La nostra Carta Costituzionale infatti è la garanzia dei nostri diritti, il testo sul quale si basa la nostra democrazia e i nostri valori, testo che all’origine fu scritto da tutte le forze politiche in sinergia dopo che, anche lì, i cittadini italiani scelsero la Repubblica.

In ogni caso il risultato il giorno dopo è chiaro, oltre tutti i partiti politici d’opposizione tutti i movimenti civici e i comitati per il No, è il popolo sovrano che si è espresso fortemente, difendendo quella che è una delle più belle Costituzioni al mondo.

Perché forse per far andare meglio il nostro Paese non è necessaria una riforma sostanziale della Costituzione bensì di uomini che ne seguano i principi.

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