Ricorre oggi l’anniversario delle pubbliche scuse effettuate da parte di due leader dei Khmer Rossi, il 29 Dicembre del 1998, per le crudeltà e le barbarie avvenute durante il regime totalitario cambogiano di Pol Pot.

Khieu Samphan
Khieu Samphan. Fonte wikimedia

La storia scritta non dai vincitori – come si sarebbe detto nel dopoguerra – ma dagli occidentali, poi diffusa nel mondo come “vera” storia, forse non è la storia. Sarebbe un po’ come paragonare la storia ad un individuo che, mosso dal suo senso comune (il pensiero occidentale), rimuova dalla propria memoria intere esperienze vissute. Nel provare a recuperare qualcuna di queste esperienze vissute dall’ “individuo-storia”, vissute ma ricordate a stento, la data di oggi potrebbe essere d’aiuto. Infatti diciotto anni fa, il 29 Dicembre del 1998, due dei maggiori esponenti dei Khmer Rossi, Khieu Samphan (ex capo di Stato) e Nuon Chea (suo collaboratore), hanno porto le loro pubbliche scuse al popolo cambogiano per i crimini e le atrocità avvenute durante la dittatura comunista di Pol Pot, leader del Partito Comunista di Kampuchea, i cui seguaci son comunemente noti appunto sotto il nome di Khmer Rossi.
L’evento delle scuse in sé non ebbe una grande risonanza internazionale, ma quel che rappresenta è più che degno di nota, ben oltre le poche righe di questo articolo, perché dietro quel gesto straordinario c’è l’ammissione, da parte di alcuni dei principali responsabili, di un vero e proprio “genocidio”, dovuto alle continue condanne e massacri compiuti da parte del regime ed alle condizioni di gravissima povertà in cui versava il popolo cambogiano.

Nuon Chea
Nuon Chea. Fonte alpha history

Com’è – o dovrebbe esser – noto, Pol Pot fu al vertice di uno dei più sanguinosi regimi totalitari, ossia non solo violenti ma ideologici e oppressivi della coscienza, del Novecento. Si trattò di una tirannia pullulante di follie, come il divieto dell’utilizzo del pronome personale “io”, simbolo di un individualismo intollerabile dal regime, o come il semplice utilizzo degli occhiali come gravante per essere definiti nemici del popolo perché intellettuali. Ancor più folle era la dichiarata convinzione che il modello comunista cambogiano fosse attuabile solo con una ridotta popolazione e che quindi nei confronti degli esclusi si dovesse applicare il motto: “Tenervi non comporta alcun beneficio, eliminarvi non comporta alcuna perdita“.
Colpisce il fatto che l’anniversario delle pubbliche scuse di Khieu Samphan e Nuon Chea giunge a poco tempo dalla conferma, avvenuta appena un mese fa, della loro condanna all’ergastolo da parte dell’alta Corte di giustizia cambogiana. Un’ ulteriore dimostrazione di come l’“accadde oggi” sia spesso pure un “accade oggi”, ossia del fatto che eventi percepiti come conclusi continuino in realtà ad esercitare i loro effetti fino ai giorni nostri. Ed anche una dimostrazione di come, se è vero che la storia siamo “noi”, è anche vero che non possiamo prescindere dalla consapevolezza che quel “noi” in senso occidentale deve diventare sempre più un “noi” in senso globale.

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