Giorno della Memoria: molto più di una ricorrenza.

Nella celebrazione di questa giornata, dovremmo fermarci un attimo ed iniziare a considerare anche il dolore di chi abbiamo vicino ogni giorno.

downloadSettantadue anni fa, il 27 Gennaio 1945, i soldati sovietici liberavano il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz Birkenau, il più grande realizzato dalla Germania nazista. Con la sua scritta posta all’ingresso “Arbeit Macht Frei” (“Il lavoro rende liberi”), esso è considerato il simbolo dell’orrore del genocidio costato la vita in piena Seconda Guerra Mondiale a circa 15 milioni di persone tra ebrei e cosiddette “categorie indesiderabili” (rom, testimoni di Geova, omosessuali, portatori di handicap ecc.). Ogni anno, dunque, la ricorrenza di questo evento viene celebrata in ogni parte del globo, come designato dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha istituito appunto il “Giorno della Memoria”. Viene spontaneo chiedersi quale sia il reale significato di tale istituzione: perché è così importante non dimenticare? Ricorrenze come questa sono nate con il nobile scopo di aprire gli occhi a ciascuno di noi, per farci prendere coscienza della disumanità dalla quale siamo quotidianamente circondati e per distanziarci da essa. Auschwitz non è soltanto un ricordo: Auschwitz è il conflitto attualmente in corso in Siria, Auschwitz sono le stragi da parte dei militanti dell’ISIS, Auschwitz è il ragazzino down preso in giro o l’omosessuale pestato a sangue, Auschwitz è il desiderio di qualcuno di vedere affondare i barconi con gli immigrati a bordo. “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?” I dubbi di Primo Levi risultano oggi più che mai attuali. Quante “Giornate della Memoria” dovranno ancora essere celebrate prima che davvero non “accada più”? Dunque, un proposito: che il “meditate che questo è stato” guidi le nostre decisioni ogni singolo giorno, in nome della razza umana di cui diciamo di far parte.

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