Gli ultimi mesi dell’amministrazione Obama sembrano nascondere un estremo tentativo di salvare l’immagine di un presidente americano troppo debole in politica estera. La White House ha accusato la Russia di Putin di aver interferito nella campagna elettorale, influenzandone l’esito a favore di Donald Trump. Questi si è dichiarato favorevole all’inizio di un “disgelo” nelle relazioni con la Russia. Il governo americano uscente ha deciso di vendicarsi dell’interferenza russa espellendo 35 diplomatici russi. Si parla di un ritorno alla tensione diplomatica che caratterizzava gli anni del bipolarismo. Ci si aspetterebbe una risposta analoga da parte dell’altra superpotenza. Ma non accade. Putin decide, dimostrandosi superiore e più diplomatico del suo avversario, di non contraccambiare l’azione provocatoria di Obama. Trump elogia “la grande mossa” intelligente del leader russo.

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Fonte ilpost.it

Possiamo definirla un’azione strategica di Obama per rimarcare le differenze con il suo successore? Le motivazioni di tale strategia vanno ben oltre la propaganda. Non risulta rassicurante neanche l’ultima decisione dell’amministrazione Obama. Adeguandosi a un clima di guerra fredda, una serie di carri armati americani sbarcano nel porto di Bremerhaven della Germania del Nord. Questi si uniranno alle forze Nato schierate nei Paesi Baltici, per difenderli dalla minaccia dell’avanzata russa in Europa Orientale.

Conosciamo l’eterna inimicizia tra il Patto Nordatlantico e l’ex Unione Sovietica. La leggiamo sui libri di scuola e la ritroviamo sugli schermi televisivi e sui giornali. La Germania, ormai simbolo e centro dell’UE, assieme all’Europa orientale, diventa teatro di un escalation militare contro la Russia. É in questo momento che l’UE potrebbe giocare un ruolo strategico di mediazione a favore di una distensione tra USA e Russia.

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Fonte difesaonline.it

Questi fatti non dovrebbero preoccuparci in vista del prossimo insediamento del neo-presidente americano Donald Trump, che ha dichiarato di voler ingraziarsi Putin e dare una svolta alla politica estera americana. La politica di Trump sembra voler uscire dall’ormai anacronistica retorica della Guerra Fredda, dove il nazionalismo americano, geloso della sua onnipotenza, vuole rendere l’America l’unica e vera potenza mondiale. L’America ha sempre fatto il doppio gioco, accordandosi sottobanco con la sua nemica presente o futura. La collaborazione tra i servizi segreti americano e russo sono una dimostrazione. Ma se Trump è presidente americano grazie a Putin, allora di superpotenza ne esisterà solo una, oltretutto anti-democratica, e l’America diventerà il burattino della Russia? Se così fosse, l’unica speranza è un’ascesa dell’Europa Occidentale. Trump vorrebbe collaborare con Putin nella lotta al terrorismo islamico. Sarebbe disposto anche a reintrodurre la tortura. Forse schierarsi con Putin svela un’America debole, che ormai prende atto dell’emergente forza russa, capace di influenzare gli eventi internazionali. Ricordiamo che la recente tregua in Siria non è stata merito dell’Occidente, ma dell’alleanza tra Russia, Turchia e il governo siriano di Assad. La Nato non è più capace di decidere le sorti del mondo. A sostituirla è la Russia di Putin, che si prepara a conquistare le zone d’influenza da sempre rivendicate in Europa Orientale e in Medio Oriente.

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Fonte farodiroma.it

Putin ha un arsenale militare mostruoso e Trump si dichiara pronto a una corsa agli armamenti. Navi da guerra russe si intravedono nei mari del Baltico e dei paesi europei occidentali. L’annessione della Crimea e la guerra in Ucraina rientrano nella politica estera nazionalistica e aggressiva di Putin, che vuole ritornare agli anni d’oro dell’Unione Sovietica.

Mentre la Russia di Putin avanza nello scenario geopolitico, le democrazie occidentali sembrano arretrare. Con la fine dell’Unione Sovietica lo statunitense Fukuyama prospettava un futuro di successo ed espansione della democrazia, con le sue libertà e diritti umani. La sua profezia sembra non avverarsi. Al contrario, in quasi tutti gli stati occidentali la libertà cede il passo all’esigenza di sicurezza, che per sua natura richiede una restrizione delle libertà individuale e più repressione.
Più sicurezza è l’appello di molte forze politiche di fronte alla paura delle masse minacciate dal terrorismo. Ormai si diffonde a macchia d’olio il nazionalismo in Europa e America che incita alla chiusura, alla repressione e all’intolleranza. Ne sono esempio i partiti politici di Marine Le Pen in Francia, di Nigel Farage in Inghilterra, Victor Orbàn in Ungheria. É questo il momento per non regredire e rinunciare ai valori democratici. Va difeso lo stato di diritto e le libertà fondamentali. Per questo l’UE necessita di una riforma – sarebbe auspicabile una svolta federale – per ricordare a tutti gli stati d’Europa quali sono i principi ispiratori di questa unione, che rischiano di essere negati sia sul fronte interno dai nazionalismi, sia sul fronte esterno dal terrorismo islamico e dall’arroganza di Putin. Questa volta l’Europa non può contare sull’aiuto dell’America, ma deve trovare forza in sè stessa.

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Fonte webeeconomia.it

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