Con il termine “Seconda Repubblica” si fa riferimento ad una  fase storica che inizia a partire dal 1989 per poi concludersi convenzionalmente nel 2011. E’ un lasso di tempo dominato da  eventi internazionali sorprendenti che misero a dura prova le fondamenta dei vari partiti politici e le loro ideologie. Tra il 1992 e il 1994 la fine della Guerra Fredda e le trattative che hanno consentito la redazione del trattato di Maastricht fecero cadere alcune certezze che erano alla base dei partiti tradizionali, su tutti la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista italiano. Come ben sottolineano Simona Colarizi e Marco Gervasoni  nella “Tela di Penelope”, ci sono state due direttrici che hanno prevalso in Italia: “nel centrosinistra ci si è illusi di poter continuare a governare sul solco del passato con qualche significativa riduzione delle garanzie del Welfare State e con lo stretto rigore sui conti pubblici imposto dall’Unione Europea”; “nel centrodestra si è invece affacciata la tentazione del populismo, capace di riportare unità nella società atomizzata”. La classe politica ha avuto la capacità di cogliere i mutamenti internazionali adeguandoli alle esigenze del Paese? Assolutamente no. La società era dinamica, la politica immobile ed incapace di dare risposte ai cittadini. La classe dirigente non percepiva lo sviluppo di nuove realtà sociali e lavorative che stavano emergendo agli inizi degli anni novanta. L’Italia conobbe una crescita della produzione  industriale e la nascita di un ceto medio con tendenze individualistiche. I partiti non furono in grado di instaurare un rapporto con le nuove classi lavoratrici ed erano visti come immobili e poco inclini  a dare seguito all’espansione del mercato.

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Il PCI, dopo la caduta del Muro di Berlino, aveva il bisogno vitale di rinnovarsi e di abbandonare le vecchie ideologie, ma il processo di rinnovamento fu  abbastanza lento e faticoso. Malgrado si moltiplicassero i segnali della protesta popolare, aggiunge la “Tela di Penelope”, gli italiani ad ogni turno elettorale confermavano il quadro politico esistente, una fiducia che spinse Craxi, leader del PSI, a stringere e a rafforzare  nuovamente nel 1989 l’alleanza con la DC,  garantendo i vecchi equilibri politici.  Gli eventi internazionali resero i partiti meno ciechi? Il PCI credeva che il processo di dissoluzione dell’URSS sarebbe stato controllato e temperato da Gorbaciov. Ma dopo la strage di piazza Tien-an-men (si parla anche di Primavera democratica cinese), il segretario comunista Occhetto era consapevole di dover effettuare un cambio di rotta con il passato, tanto da proporre l’ipotesi di modificare il nome del partito poiché evocativo degli orrori del comunismo. Nel 1991 nacque il PDS, Partito democratico della sinistra. Era una realtà politica destinata a sfaldarsi. La scissione della sinistra era inevitabile: nacque Rifondazione comunista.

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Anche la DC perse la propria identità. Con la scomparsa del comunismo perdeva valore anche il ruolo dei democristiani  rimasti a difendere il sistema partitico dai nuovi assedianti, i cittadini del Nord Italia che  alle europee del 1989 votarono le liste leghiste voltando le spalle a quelle dello scudo crociato.  Anche la DC appariva spaccata tra la corrente di De Mita (Corrente Sinistra Democristiana) ed il Grande Centro di Andreotti e Forlani. Un Altro delicato evento internazionale  della Seconda Repubblica fu la scadenza di Maastricht.  Il nostro Paese avrebbe dovuto presentarsi con i conti in regola per non rischiare di essere escluso dalla moneta unica. Anche in tale caso i partiti non furono  pronti a dare risposte. Non esisteva un programma politico volto a delineare delle linee guida che potessero garantire stabilità economica nel lungo periodo.  Venivano sempre varati interventi straordinari finalizzati  a rattoppare una situazione vacillante. Nel 1991, dopo il successo del referendum proposto da Segni sull’abolizione delle preferenze multiple, cambiò lo scenario politico. La vendetta mafiosa contro Lima consumatasi nel 1992 colpiva al cuore la DC. Nonostante ci fosse una tendenza dei partiti a scaricare sugli altri le proprie colpevolezze, le elezioni del 1992 davano un esito rassicurante per il governo pentapartito.  Ci siamo serviti di questo preambolo (senza trattare tutti gli eventi caratterizzanti questo lungo periodo storico) per analizzare le affinità tra il modus operandi della vecchia politica e quello della “nuova”.

La Seconda Repubblica è stata dominata da continue scissioni, da scandali non del tutto risolti, da mutamenti internazionali sottovalutati e da una classe politica miope e ferma al passato. I tratti comuni ai vari partiti politici erano la corsa alle poltrone, l’instaurazione  di compromessi volti a garantire stabilità interna, l’assenza di un programma politico. I leader politici fondavano le proprie campagne elettorali sulle offese e sullo scontro tra orientamenti diversi senza tener conto delle esigenze reali del Paese. Ciò che non è di certo cambiato è l’atteggiamento degli italiani. Nonostante il malcontento popolare, alle elezioni tendeva a prevalere non chi presentava un programma politico mirato ma chi aveva maggiore presa a livello mediatico (vedi Silvio Berlusconi) o colui che urlava di più. Dallo stesso Berlusconi fu riproposta  la lotta al comunismo, questioni ormai largamente superate che però producevano grande consenso  da parte dell’elettorato. Tutte queste prospettive sono ancora oggi presenti nella “nuova” politica ed è efficacissima la similitudine con la tela di Penelope impiegata da Simona Colarizi e da Marco Gervasoni. Allo stesso modo di Penelope, moglie di Ulisse, che disfaceva la tela che aveva tessuto durante il giorno, così anche la politica inizia un lavoro ma non lo porta a termine.

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi

La tela di Penelope è la metafora dell’immobilità del Paese e di una classe politica che pensa più al gioco delle poltrone piuttosto che allo sviluppo dell’Italia. Ciò è osservabile quotidianamente. I partiti tradizionali hanno perso il contatto con la realtà senza capire la rassegnazione e la disaffezione degli elettori. Basti pensare alla probabile scissione del PD, un partito che ha perso la sua identità ed ogni ideale di sinistra. Un partito che non è più in grado di redigere un programma univoco e realmente efficace. Questa disaffezione è testimoniata dal largo consenso popolare goduto da quei movimenti che fanno del populismo una bandiera (Movimento 5 Stelle e Lega su tutti).

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