Pasolini : Il rapporto tra corpo e potere da Boccaccio a De Sade

Una dialettica sviluppata attraverso la macchina da presa.

Nel 1970 Pier Paolo Pasolini, uno dei più importanti e contestati intellettuali del Novecento, inizia a scrivere la sceneggiatura di quello che sarebbe stato il primo film della sua “Trilogia della vita”, costituita da: Il Decameron, tratto dall’omonima raccolta di novelle di Giovanni Boccaccio, I racconti di Canterbury, dai “Canterbury Tales” di Geoffrey Chaucer e Il fiore delle Mille e una notte, tratto dalla famosa raccolta di novelle orientali, e che sarebbe stata seguita dall’incompleta “Trilogia ( o Trittico) della morte” , di cui sarebbe stato realizzato un solo film: Salò o le 120 giornate di Sodoma, ispirato al romanzo “Les 120 journées de Sodome” del marchese De Sade. Attraverso questi film, il regista rivelerà un profondo mutamento nella sua concezione del corpo e del rapporto che lega il corpo umano al potere.

La Trilogia della Vita è la rappresentazione cinematografica di un’interpretazione ancora pura ed ingenua della vita, della morte, del sesso da parte dei personaggi, che svela inequivocabilmente una certa speranza da parte del regista nella possibilità che qualcosa di arcaico e possa rimanere intatto. Pasolini stesso infatti annuncia il nucleo ideologico del suo Decameron, e con esso anche degli altri due film: “Il corpo: ecco una terra non ancora colonizzata dal potere”.

Le novelle selezionate dal Decameron, dai Canterbury Tales e dalle Mille e una notte, rappresentano l’aspetto più elementare degli istinti umani, una vita ancora autentica, vissuta da uomini e donne estremamente semplici, con una coscienza di sé che si approfondisce gradualmente, ma che si mantiene schietta e integra. Non è casuale quindi che Pasolini abbia scelto, per interpretare questi personaggi, dei ragazzi di borgata, ai quali era particolarmente affezionato, come Franco e Sergio Citti o Ninetto Davoli, con i quali collaborerà abitualmente.

Ma lo sviluppo di un pensiero rigorosamente critico com’era quello di Pasolini, non poteva che arrivare alla perdita di ogni speranza di incorruttibilità: Il corpo stesso viene corrotto, mercificato, diventa strumento nelle mani del potere. È questo che Pasolini rappresenta in Salò o le 120 giornate di Sodoma, tratto dal romanzo di De Sade, ma trasposto durante la Repubblica di Salò, attraverso i soprusi e le continue violenze fisiche e psicologiche accuratamente organizzate e perpetrate su un gruppo di giovani prelevati dalle loro case e severamente selezionati, da parte dei rappresentanti dei gruppi di potere del periodo repubblichino: Un Presiedente della Corte D’Appello (magistratura), un Presidente della Banca Centrale (potere economico), un Duca (potere di casta), un Vescovo (potere ecclesiastico).

Le sevizie subite da questi giovani che, tenuti prigionieri in una villa, divengono oggetti nelle mani dei loro aguzzini, vengono raccontate da Pasolini attraverso la struttura delle bolge dantesche, che conducono lo spettatore fino alla totale umiliazione e distruzione del corpo dei ragazzi. La negazione assoluta del corpo e del suo valore, è la negazione assoluta dell’umanità: non si riconosce nell’altro un uomo, viene negata la sua stessa natura di persona, che nel corpo trova la sua più palese e urgente manifestazione, il richiamo vincolante al rispetto per la sua dignità. Anche sul corpo il potere esercita la sua volontà illimitata.
È Pasolini stesso a chiarire il messaggio del suo ultimo e tanto discusso film, ovvero palesare il rapporto che sussiste tra il potere e coloro che al potere sono sottoposti. Pasolini vuole che gli spettatori prendano coscienza di quella che egli definisce ”anarchia del potere”. Secondo il regista infatti il potere è ciò che solamente può dirsi anarchico, in quanto gode di un totale ed incontrastato arbitrio.

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Il regista attacca il concetto stesso del potere, ma in particolare quello dell’epoca in cui vive, epoca del boom economico e delle contraddizioni. È Pasolini stesso a illustrare la sua personalissima concezione del potere del suo tempo e del rapporto che questo ha con il corpo, e quindi con l’identità, degli individui, in un’intervista rilasciata a proposito di Salò, suo ultimo e discusso film. Egli rivela come questo potere che mercifica, umilia, degrada il corpo, attui così una manipolazione di esso e con esso delle coscienze, e come in ciò si possa riconoscere il “genocidio culturale” di cui parlava Marx, la distruzione di culture e di valori precedenti imposta dall’alto perché necessaria al consumo, nuovo unico obiettivo e valore.

L’evoluzione cinematografica di Pasolini è indice di un enorme mutamento di prospettiva, di sguardo sulla realtà. A differenza di quanto avveniva nella Trilogia della vita, dove qualcosa di sacro ed inviolabile si ergeva incontestabile , ora tutto è corrotto: i precedenti modelli, valori vengono abbandonati e sostituiti da ciò che nega l’uomo, riducendolo a mero oggetto. Per Pasolini, la corruzione operata dal potere è stata totale: la dialettica tra corpo e potere è insolvibile, la contrapposizione è radicale, ci si deve arrestare alla completa contraddizione, non si può operare alcuna sintesi che la superi. Questa convinzione porterà il regista a disperare di ogni possibilità di salvezza, a vivere in un mondo dal quale si sente totalmente avulso, in quanto ancora interamente legato all’idea e ai valori di un’ Italia contadina, alla vita semplice dei campi, a ciò che aveva rappresentato nella Trilogia della Vita e che è ormai perduto. Tutto ciò si evince chiaramente da una delle sue più belle poesie che così recita:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone,
o guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
Più moderno di ogni moderno
A cercare fratelli che non sono più.

(da “Poesia in forma di rosa”)

wired.itpasolini

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