In un clima diffuso di euroscetticismo e di sfiducia verso la forza e incrollabilità della nostra moneta unica – l’euro – è molto importante fare chiarezza su alcune questioni, che forse non interessano alla maggioranza disinformata, che preferisce lasciarsi influenzare dal politico di turno.

Ultimamente la Commissione Europea ha pubblicato delle previsioni di crescita dei paesi dell’UE, compresi quelli che ancora non hanno adottato l’euro, come Romania e Ungheria. Un andamento negativo caratterizza unicamente il nostro paese (-0,9), mentre quei due paesi avrebbero un futuro prospero.

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Ma non fermiamoci alle apparenze. Positive sono anche le previsioni per chi fa già parte dell’eurozona, come Estonia, Lettonia e Lituania, che recentemente hanno adottato la moneta unica.

Come spiegare la potenziale crescita del PIL dei paesi dell’Est Europa?

L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ci ricorda che i paesi più arretrati e in via di sviluppo (come i paesi dell’Est) registrano inizialmente tassi di crescita più elevati. Infatti dal 2000 (anno di ingresso dell’euro) mentre il PIL dei paesi dell’eurozona è raddoppiato, quello dei paesi dell’UE senza moneta unica è triplicato. Quindi fuori dall’euro si cresce perché più poveri.

Bisogna anche far memoria dei motivi per cui è stata introdotta una moneta unica durante il processo di integrazione europeo. L’euro serve per completare la creazione di un mercato unico europeo (libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali), per garantire stabilità economica e monetaria, per dar forza all’economia europea e come contrappeso al dollaro americano. La stabilità tocca il livello dei prezzi e il tasso di cambio, che prima dell’euro erano soggetti a oscillazioni critiche. Basti pensare al livello di inflazione a doppia cifra che caratterizzava l’Italia, prima che entrasse nell’euro. Inflazione significa prezzi troppo alti per via di una moneta troppo debole.

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Un ritorno alla lira porterebbe a una moneta più indebolita. Ciò apparentemente incentiverebbe le esportazioni italiane, perché più economiche all’estero. Ma competitività delle esportazioni è anche legata a livello di produttività del nostro paese, che si rivela troppo bassa. In pratica un’economia come la nostra, poco competitiva, e principalmente importatrice, non otterrebbe vantaggi da un ritorno alla lira. Quest’ultima prima del 2000 era oppressa dal potere del marco tedesco. La subordinazione alle esigenze tedesche e la speculazione caratterizzavano l’Italia prima dell’euro. Adesso l’Italia, anche se ha perso la propria sovranità monetaria, ha in parte voce in capitolo nella definizione della politica monetaria, assieme agli altri stati. Sembrerebbe strano, ma la Germania i primi anni dell’euro era il paese più “malato”, il più sensibile ai contraccolpi della nuova moneta. Quindi è falso che la Germania è stata favorita dall’introduzione dell’euro, rispetto all’Italia. È quest’ultima che non ha saputo sfruttare il crescente afflusso di capitali per aumentare la propria competitività.

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Quello che spiegherebbe un (apparente) insuccesso dell’euro, la cui reputazione è purtroppo legata a crisi contingenti che investono la politica, è l’incompletezza del sistema della moneta unica, adottata quando ancora vi erano (e vi sono) troppe differenze tra le economie nazionali. Ancora non vi è un’unione politica e una politica economica e di bilancio pubblico unica. In pratica l’Europa non è pienamente integrata e i suoi membri sufficientemente solidali. Inoltre chi fa parte dell’eurozona può godere di un aiuto in tempo di crisi, come il Fondo salva-stati, che evita il collasso di un paese (e dell’intero sistema) per indebitamento.

L’euro dunque è da considerare, a nostro avviso, un contributo e non un ostacolo a un’Europa in crescita sia sul piano economico che sociale. Più che tornare indietro bisognerebbe andare avanti.

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