Mentre brucia l’immagine dell’arcangelo Michele, macchiata dal sangue del novizio, il boss promette solennemente di destinare alle fiamme anche chi si macchia d’infamia.

Ormai non ci sorprende più che la nostra città, Reggio Calabria, sia raffigurata sui giornali, sia nazionali che internazionali, come la casa della criminalità organizzata, la ‘ndrangheta. Una triste immagine che predomina sulle bellezze della nostra terra e sembra macchiare inesorabilmente la reputazione dell’intero sud Italia, se non dell’intera penisola. Tuttavia non ci possiamo aspettare, né augurare, che non se ne parli. Prima delle stragi degli anni Novanta, c’era ancora chi sosteneva che la “mafia” non esistesse.

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Questo “fenomeno umano”- direbbe Falcone – è sempre esistito e si evolve nel tempo, adattandosi ai cambiamenti e alle nuove esigenze della modernità. Non possiamo più pensare a dei briganti con il piccone in mano. Ormai l’opinione pubblica conosce i casi di infiltrazione mafiosa nei centri di potere politico ed economico. Il mafioso oggi indossa giacca e cravatta.

Ultimamente il giornale inglese The Economist ha pubblicato un’inchiesta, che mostra un’immagine moderna ed evoluta della ‘ndrangheta. La “mafia” calabrese, dal nome impronunciabile per gli inglesi, è diventata una multinazionale del crimine.

A differenza degli altri gruppi, come la mafia siciliana e la camorra campana, la ‘ndrangheta è riuscita a diffondersi in tutto il mondo attraverso il narcotraffico, creando delle proprie filiali in Sud America, Canada, Australia, Svizzera, Germania, Paesi Bassi, Francia, Messico, ecc. Uno dei punti di distribuzione è il porto di Gioia Tauro, dove per ogni kilo di cocaina scovata dalla polizia una decina riesce a superare i controlli. Più dell’80% dei guadagni della ‘ndrangheta derivano dal traffico di cocaina.

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articolotre.com

Gratteri, viceprocuratore di Reggio Calabria, ci informa della straordinaria capacità di questo gruppo criminale di replicarsi identico a sé stesso, con i suoi riti, gerarchie, interessi e principi, in tutto il mondo.

Ci sono vari strumenti di contrasto alla criminalità, non solo legali ma anche culturali e sociali. Rimangono molto importanti i canali di sensibilizzazione e informazione. L’educazione è il punto di partenza, anche se i suoi effetti sono di lungo termine. Altrettanto efficace è l’aiuto sostanziale dato allo stato dai pentiti, ex mafiosi che forniscono importanti informazioni per conoscere il sistema e il funzionamento della criminalità organizzata.

Interessante e replicabile è il progetto del presidente del tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella. Questi avrebbe trovato una soluzione al problema della trasmissione intergenerazionale della criminalità.

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Roberto Di Bella – lastampa.it

 “Tale padre tale figlio”, è il pregiudizio che lo ha ispirato, giustificato dall’importanza che la mafia dà ai legami familiari. Il figlio di un criminale, tende ad imitare il padre o a rimanere privo di vie di uscita alternative all’illegalità. Per questo Di Bella ha deciso di separare i figli dai padri mafiosi, che rischiano danni psicologici o fisici dalla propria famiglia, trasferendoli in altre città d’Italia. L’esito è stato positivo, nonostante le critiche.

I minorenni hanno dimostrato un effettivo allontanamento da comportamenti criminosi. E alcuni padri detenuti ringraziano, per aver dato una speranza ai propri figli, spesso ingabbiati in contesti sociali e culturali devianti. Quello che spesso manca ai giovani in tali condizioni è la possibilità di creare una propria coscienza, con cui si può distinguere il bene dal male.

Un progetto di lotta alla mafia ancora in fase di sperimentazione. Ci auguriamo possa trovare uno sviluppo normativo e una diffusione a livello nazionale. Dopotutto il fenomeno mafioso è di tipo culturale, è una questione di mentalità ed educazione.

E non vi è miglior forma di lotta alla mafia che rieducare alla legalità le future generazioni, per sconfiggere i mafiosi del domani.

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Dal film “Io non ho paura” – wikipedia.org

 

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