Oggi si celebra il Sessantesimo anniversario della nascita della Comunità economica europea. Il 25 marzo 1957 i rappresentanti del Belgio, della Francia, dell’Italia, della Germania, del Lussemburgo e dell’Olanda, si riuniscono a Roma per firmare i Trattati istitutivi della Comunità Economica Europea (CEE) e della Comunità europea dell’Energia Atomica (CEEA). Questo è uno dei primi step che porterà alla formazione dell’Unione Europea.

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firmatari dei Trattati, corriere.it

Nonostante ci fosse alle origini il desiderio di creare un’unione federale, che riducesse – non eliminasse –  la sovranità del singolo stato in nome degli interessi generali della federazione, ancora oggi si assiste a un processo graduale e lento di integrazione, lontano dal federalismo. È infatti la volontà nazionale che si pone come principale ostacolo a un progresso in tal senso. Già nel ‘57 c’era chi si opponeva. Indovinate chi. La Gran Bretagna. Infatti essa non firmò i Trattati, preferendo entrare a far parte di una più blanda associazione di libero scambio (EFTA) con altri paesi europei, più restii a una cessione di sovranità.

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bbc.com

Adesso che i britannici non possono più mettere i bastoni tra le ruote dei fautori di un Europa più unita, sarà possibile un’evoluzione ulteriore dell’UE? La Brexit più che una minaccia alla sopravvivenza dell’Unione, dovrebbe essere vista come un’opportunità di sviluppo.

Con la nascita della CEE si forma un’unione doganale tra gli stati membri. Cosa significa? Significa la libera circolazione delle merci all’interno della comunità (assenza di dazi doganali) e la presenza di un dazio esterno (tariffa esterna comune), da applicare nelle relazioni commerciali con il resto del mondo. Con il mercato unico – uno dei punti del recente Libro Bianco della Commissione Europea sul futuro dell’UE  – la libertà di circolazione tocca anche persone, servizi e capitali, che non incontrano più gli ostacoli di confini, regole burocratiche e tecniche. A questo si aggiungono oggi l’unione economica e monetaria, con la presenza di una moneta unica, l’euro, e le politiche comuni, cioè decise a livello europeo. Qual è la principale conseguenza? La libertà degli scambi porta con sè più benefici per i consumatori, che godono di prezzi più bassi e di una maggiore varietà di prodotti. Quanti beni del nostro paniere sono di origine nazionale? Celebre il caso dell’olio della comunità europea.

L’anniversario, celebrato con l’incontro dei leader europei, potrebbe essere un’occasione di discussione sul futuro dell’Europa, ormai devastata da crisi politiche, economiche, migratorie e dal terrorismo. In passato abbiamo assistito a una capacità di risposta costruttiva e fruttuosa alle crisi. Senza una maggiore integrazione probabilmente non ci sarebbe stato il boom economico degli anni Sessanta e l’Europa non sarebbe diventata una potenza industriale più competitiva e capace di fronteggiare la superpotenza americana.

Oggi l’America di Trump non sembra più voler svolgere un ruolo guida per approfittare dei vantaggi derivanti dall’integrazione. Basti pensare a tal proposito alla rinuncia del TTIP del presidente americano. Ma questo doppio allontanamento del mondo anglo-americano, potrebbe essere un incentivo a un rafforzamento dell’Unione europea, che finalmente si libera dalla dipendenza (forse limitante) della padrona americana.

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ecodibergamo.it

Uno dei migliori auspici sarebbe lo sviluppo di un’Unione Europea, intesa meno come “unione di banche” e più come unione di cittadini. Questi chiedono una maggiore democrazia alle istituzioni europee. Certamente non si può eliminare la sovranità statale, che sopravvivrebbe – anche se ridimensionata – in un progetto di unione politica. É vantaggiosa l’esistenza di istituzioni sovranazionali, che si occupano di problematiche politiche, economiche e sociali, senza dover far prevalere l’interesse egoistico del singolo stato. In nome della sussidiarietà e della solidarietà il singolo stato cede il passo a un’unione, che persegue l’interesse collettivo dell’intera comunità.

Chi deciderà sul futuro dell’Europa? I leader del momento, eletti dai cittadini europei. Per questo si attendono con ansia le elezioni in Francia e Germania. Il voto decide delle sorti non solo della propria nazione, ma dell’intera Europa. Non si può che sperare nella responsabilità e scelta consapevole degli elettori. Allora oggi possiamo trovarci di fronte solo a due destini dell’Europa, che riflettono i due sentimenti opposti dei cittadini europei, sintetizzabili nello slogan dell’istituto milanese ISPI:

Europe 2017: make it or break it?

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