Jurisdictionalisation of politcs: gli inglesi la chiamano così. Tre paroloni difficili ma che ci portano a riflessioni forzate su come si evolvono i rapporti politici. Intendendoli non come i rapporti tra partiti, ma come i rapporti tra cives e tra i gruppi di forza che vanno a comporre. Giurisdizionalizzazione: faccio fatica a leggerlo e a scriverlo, ma è un processo semplice. Che coinvolge la vecchietta che fa la spesa al mattino e che ha spinto Silvio Berlusconi davanti la Corte CEDU. Nella società dei diritti ma non dei doveri i problemi si risolvono in tribunale. Le grandi quaestio, i principi politici e sociali vengono affermati da chi ha la toga. E dalle piccole cose nascono grandi cause. Gli appassionati di diritto lo sanno bene. E l’hanno capito da tempo, in Italia e ancor di più in Europa, la legge la fanno i magistrati. E dietro questa evoluzione ci sono le principali carenze del nostro tempo.

A partire da un sistema politico in crisi e soprattutto lento. Un sistema chiuso, che fa rabbrividire al pensiero che nell’immaginario collettivo si venga a fare un distinguo tra società civile e società politica. Come quando ai tempi della Rivoluzione Francese si distinguevano clero, nobiltà e terzo stato. Ed è alquanto triste. Pensare ad un diretto rappresentante, indirettamente così lontano. Non in grado di costruire dialogo con gli elettori. E spiace dirlo, ma nelle roccaforti di provincia, dei politici stagionati da Prima Repubblica il dialogo continua ad esistere, mentre i politici di professione sono sempre più lontani dal collegio, un peso più che un’opportunità. E così, inascoltati dalla casta ci si rivolge ai tribunali che non possono fare orecchie da mercanti.  E i tribunali si sforzano, ricavano principi. Attraverso gli sforzi ermeneutici giurisdizionalizzano i processi politici.

Dal Giudice di Pace al Giudice Costituzionale tutti danno risposte ad un sistema fortemente improntato al riconoscimento dell’individuo come soggetto che si porta un bagaglio di diritti che si fa sempre più ingombrante. Ma il giurista lo sa bene: dietro un diritto si nasconde un obbligo, a carico di chi quel diritto deve soddisfarlo, astenendosi dall’interferire nel rapporto tra titolare e diritto, o dando gli strumenti per realizzare i suoi interessi. Ci viene insegnato che siamo portatori di diritti: ma non di doveri. Ci viene detto che abbiamo il diritto di esprimerci liberamente, ma non il dovere di rispettare l’opinione altrui, ci viene detto che abbiamo il diritto di associarci liberamente, ma ci sentiamo soli davanti ai davanti ai problemi della globalizzazione, ci viene detto che siamo liberi di professare la fede che preferiamo, ma il burqa ci fa ancora ribrezzo.

Abbiamo perso l’abitudine ad occupare il tempo in formazioni sociali: la parrocchia, il partito, il sindacato. Chi ci vuole forti dei nostri diritti, ci lascia soli davanti ad un tribunale a reclamarli. Incapaci di rivendicarli davanti a chi si occupa del bene comune. E così riempiamo le aule di tribunali, anche europee, soprattutto europee. Ci credete che una signora austriaca ha fatto causa all’Austria perché non venivano iscritti all’anagrafe i suoi titoli nobiliari? Situazioni paradossali.

E così affidiamo il processo di crescita di un paese ai giudici. Che finché hanno un interlocutore politico va tutto bene. Ma quando l’interlocutore politico viene meno? La Corte di Giustizia sta sottomettendo una ad una le corti nazionali. E la separazione dei poteri nell’UE non è marcata a fondo come negli Stati Nazionali, con la Commissione e il Parlamento, i giganti dai piedi d’argilla. Mentre la Corte senza un forte contraddittorio è signore incontrastato del diritto. E dei diritti.

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