Il calcio è diventato un fenomeno d’attrazione mondiale (basti pensare all’espansione dei paesi asiatici), ma pur essendo uno sport deve essere osservato come un’industria, un’azienda che produce circa il 9% del PIL mondiale. In Italia l’industria-calcio rappresenta il quinto comparto economico per apporto al PIL e conta 1.394.602 tesserati. Numeri importanti e significativi: ma davvero l’Italia sfrutta al meglio il potenziale di queste cifre? Il profilo economico-finanziario (stagione 2014/15) del calcio professionistico denota una perdita aggregata netta di 536 mln, con un incremento netto pari al 69,1% rispetto alla stagione 2013/2014 e il valore della produzione, dopo tre anni di crescita continua, ha registrato una diminuzione del 3,7%; la situazione patrimoniale aggregata appare preoccupante a causa della riduzione del patrimonio netto aggregato (37,2 mln) rispetto alla stagione precedente (273,4 mln), il quale finanzia soltanto l’1% delle attività.

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Fonte Calcio e Finanza

La principale fonte di ricavi di un’azienda calcistica professionistica è rappresentata dai ricavi dei diritti dei media (diritti tv) e, in secondo luogo, dalle plusvalenze derivanti dalla cessione dei diritti alle prestazioni sportive dei calciatori, le quali però hanno subito un calo costante fino ad arrivare ad una riduzione del 28%: questo sta a significare che si è investito male e che i settori giovanili non funzionano come dovrebbero. Un’altra voce compresa nel Valore della Produzione del conto economico delle società calcistiche è costituita dai “ricavi da stadio” che sono in aumento – non dappertutto, ma solo dove vi sono stadi di proprietà (es: Juventus Stadium, Friuli dato in concessione dal comune di Udine all’Udinese per 99 anni) – ma rappresentano soltanto il 10% dei ricavi totali. Il deficit economico (risultato economico negativo) della Seria A (stagione 2014/15) è cresciuto del 104,4% rispetto alla stagione precedente. Il costo del lavoro aggregato del calcio professionistico ha raggiunto i 1.528 milioni di euro, con un incremento (+4,9%), rispetto alla stagione precedente, a fronte di una flessione (-3,7%) del Valore della Produzione aggregato. Proprio questa voce di costo del conto economico denota un problema di fondo e strategico: i costi del lavoro sono aumentati, quindi in linea teorica la competitività delle squadre dovrebbe essere aumentata di conseguenza (spendo di più per avere giocatori di maggiore talento), ma in realtà la massima divisione italiana è sempre meno competitiva. Ciò può essere rappresentato plasticamente da un esempio riferito alla stagione in corso, dove non esiste una vera e propria “lotta salvezza”: si pensi, infatti, che l’Empoli viene da 5 sconfitte consecutive, ha il peggior attacco della lega con soli 17 gol segnati in 29 giornate, dove ha ottenuto 17 sconfitte, e nonostante ciò mantiene 7 punti di vantaggio sulla terzultima in classifica. Per altro aspetto, invece, l’industria-calcio in Italia versa allo Stato circa 1.000 milioni di euro di contributo fiscale, di cui circa 504,5 milioni di ritenute da lavoro dipendente.

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Fonte Dirigenti Senior

Quanto è distante la Serie A italiana dalle altre Top Division europee?
Il fatturato aggregato 2014 dell’industria-calcio in Europa è stato di 21,6 miliardi di euro, con ricavi aggregati dei club partecipanti alle Top Division pari a 15,9 miliardi di euro. In termini di fatturato, rispetto alle compagini europee, l’Italia si posiziona al 4º posto, dietro Inghilterra, Germania e Spagna, e davanti alla Francia ed alla Russia (che è presente comunque in questa classifica di fatturato, nonostante il tasso tecnico della Russian Premier League sia inferiore a quello della LigaPortugesa). In una classifica di incidenza dei ricavi derivanti da diritti TV sul fatturato, però, l’Italia si attesta al primo posto in classifica con il 58% di incidenza davanti ad Inghilterra (54%), Turchia (51%), Spagna e Portogallo (48%), Germania (32%). Nonostante ci siano soltanto quattro punti percentuali di differenza tra Italia ed Inghilterra, la differenza sostanziale sta nel fatto che la Premier League è il terzo campionato al mondo come ricavi, dopo NFL (National Football League) e MLB (Major League Baseball), mentre la Bundensliga è seconda solo alla NFL come media spettatori (circa 43.500). La Bundensliga è ultima tra le top 5 a livello di incidenza dei diritti TV sul fatturato, seconda per quanto riguarda il fatturato e prima (come campionato calcistico, seconda come campionato sportivo) al mondo come media spettatori.

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Fonte keywordsuggest.org

La differenza sostanziale tra l’Italia e il resto d’Europa deve essere individuata nella mancanza di stadi di proprietà. Non solo: le infrastrutture situate nel bel Paese risultano vecchie con una età media di circa 64 anni. Esse sono anche inadeguate poiché carenti di una elevata percentuale di posti coperti. A ciò si deve aggiungere che soltanto il 50% degli stadi viene destinato a finalità extracalcistiche. Una soluzione per ridurre il gap con i top club europei è sicuramente rappresentata dalla costruzione di stadi nuovi, di proprietà, che possano fruttare ai club ricavi 7 giorni su 7.

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