13 reasons why: le cassette della verità.

La storia di una responsabilità che fa paura.

La prima stagione dell’acclamata serie televisiva statunitense “Tredici”, creata da Brian Yorkey e basata sull’omonimo romanzo dello scrittore Jay Asher,  ha esordito il 31 Marzo di quest’anno sul servizio on demand Netflix.

Il misterioso e coinvolgente sceneggiato, di cui produttrice esecutiva è stata la cantante e attrice statunitense Selena Gomez, tratta temi delicati quali il bullismo scolastico, la violenza sessuale e il suicidio, ricorrenti tra i giovani delle nuove generazioni.

La protagonista, Hannah Baker, interpretata da Katherine Langford, è una ragazza vittima della cattiveria dei compagni di scuola, coltivata al punto da portarla alla decisione di porre fine alla propria, breve, vita.

Ma… la vita è il dono più prezioso che ci viene fatto; per cui, quando si matura una decisione del genere, qualcuno deve pur imparare qualcosa: è questa la motivazione che ha spinto la protagonista della serie a registrare tante cassette quante sono state le persone che, in un modo o nell’altro, l’hanno portata al suicidio, alla consapevolezza che non vivere più sarebbe stato meglio di continuare a vivere la vita che loro, giorno per giorno, avevano rovinato.

13 REASONS WHY
13 REASONS WHY

La realtà presentata nella serie tv in questione può essere considerata un’iperbole della realtà in cui viviamo: realtà in cui, tra i banchi di scuola, non si coltivano più i valori dell’amicizia e della solidarietà, ma quelli dell’invidia, della cattiveria, della prevaricazione; realtà in cui apparire è più importante che essere; realtà in cui le ragazze, nella maggior parte dei casi, non sono considerate persone, ma immagini o, ancor peggio, oggetti da usare a proprio piacimento.

E, di tutto questo, a chi va attribuita la colpa?

Sicuramente, una serie di attribuzione di colpe sarebbe possibile, forse apparentemente banale: ai social network che permettono la diffusione immediata e senza limiti di informazioni private, ai genitori che dialogano troppo poco con i propri figli, alla scuola che, nella maggior parte dei casi, promuove dinamiche di insegnamento uni-direzionali, invece di favorire il confronto e lo scambio di pensieri.  Così come questi, si potrebbero citare tanti altri “colpevoli”, da riempire tutto il foglio.

Ma, il mio punto di vista è che i sopracitati siano solo dei mezzi, degli “aiuti”; io credo che gli unici responsabili siamo noi giovani. Con le dovute eccezioni, certo, ma siamo noi. Protestiamo tanto per essere considerati adulti dai nostri genitori, e poi non vogliamo assumerci le nostre responsabilità. Gli unici veri responsabili delle terrificanti vicende, come quella di Hannah, siamo noi. Arrivati al liceo non siamo, di certo, uomini o donne, ma non siamo nemmeno più dei bambini. Il mondo, i social, i nostri genitori, la scuola, l’ambiente sportivo, la televisione e, più in generale, la realtà che ci circonda, ci fornisce solo degli “esempi” di come possiamo essere, di come potremmo diventare, ma noi abbiamo la possibilità e il dovere di scegliere, di schierarci.

Per cui non nascondiamoci dietro gli altri, non troviamo scuse inutili: noi siamo chi vogliamo essere e diventeremo gli uomini e le donne che decideremo di diventare.

E questa consapevolezza, seppur nascosta per comodità, è dentro ognuno di noi.

Probabilmente è proprio per tale ragione che questa serie tv ha affascinato e coinvolto così tanto i “piccoli adulti”: ha permesso loro di interrogarsi, di riflettere sugli errori commessi e sul dolore che, inconsapevolmente e non, hanno recato ad alcuni dei propri coetanei per motivi banali. Perché ogni motivazione è banale al cospetto della vita. E allora, la speranza da nutrire, è quella che la già annunciata seconda stagione, come la nuova generazione in cammino per diventare adulta, possa presentare ragioni per continuare a vivere, piuttosto che per decidere di morire.

(disegno realizzato da Naomi Aquila)
(disegno realizzato da Naomi Aquila)

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