La ricerca medica negli ultimi decenni ha solcato celermente i percorsi dell’innovazione, determinando un notevole miglioramento della qualità della vita. Il settore della sperimentazione clinico-medica tende a sfociare in tematiche che investono non soltanto il mero campo scientifico, bensì il delicato settore della bioetica. I benefici che si possono trarre dalle ultime innovazioni in campo medico sono ben noti, ma non si può dire altrettanto dei criteri legati alla commercializzazione di nuovi farmaci “salvavita”.

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Il processo di ricerca clinica prende le mosse dagli studi preclinici in vitro e sugli animali, per poi passare al metodo dei trial clinici. Quest’ultima procedura si articola in due fasi: nella prima, tali pratiche vengono applicate ad un ristretto numero di volontari sani; fine di questa fase preliminare è quello di passare allo scandaglio il nuovo farmaco, anche in relazione al dosaggio da somministrare al paziente. Nella seconda – invece – le tecniche terapeutiche ed i farmaci vengono applicati a gruppi più ampi di pazienti. Per sommi capi, questo risulta essere il processo attraverso cui è possibile pervenire alla commercializzazione di un nuovo farmaco. I procedimenti legati alla ricerca medico-clinica, destinati ad incidere sul bene giuridico indisponibile della vita umana, devono essere autorizzati dalle Autorità sanitarie competenti nonché dal Comitato Etico Indipendente.  Un procedimento sicuramente complesso, destinato inesorabilmente a provocare lungaggini che rischiano di compromettere la vita di tante persone. Tuttavia, spostando l’argomentazione su un piano etico-morale, tali misure sono volte a tutelare i pazienti da eventuali abusi. Uno dei casi più emblematici è quello di una nota casa farmaceutica che – negli ultimi anni del secolo scorso – è stata accusata di aver fatto uso sperimentale di un antibiotico in Nigeria, nel corso di un’epidemia di meningite, senza il consenso dell’Autorità sanitaria nazionale, con il chiaro obiettivo di sviluppare il nuovo farmaco per il mercato americano ma non per quello africano. Questo caso è confluito in una complessa quaestio bioetica, sostenuta dal Consiglio delle organizzazioni internazionali per le scienze mediche, che poggia sul fondamento della fruizione del farmaco: la popolazione che accetta  di fare da “cavia” per la sperimentazione di un nuovo farmaco, accettando il rischio di eventuali ripercussioni negative, ha il diritto inalienabile di poter fruire di quel farmaco in futuro.

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In Italia, il problema legato alla globalizzazione della ricerca medica, è stato analizzato dal Comitato nazionale per la bioetica nel 2011, in un importante parere dal titolo “La sperimentazione farmacologica nei Paesi in via di sviluppo”. Tale importante documento del CNB prende le mosse dal concetto di vulnerabilità, concetto di supremo valore in cui vengono inglobate tutte le persone “la cui autonomia e dignità o integrità possono essere minacciate”. Tale principio non deve essere applicato soltanto ad un soggetto considerato uti singulus, ma a tutti gli agglomerati sociali strutturalmente esposti a disuguaglianze nell’accesso alle cure. Anche la celebre Dichiarazione di Barcellona fornisce un’esaustiva definizione di vulnerabilità, intendendo per tale “una condizione particolare vissuta da alcune popolazioni che, per diverse ragioni, possono essere esposte ad un’indebita manipolazione della loro autonomia nell’ambito della partecipazione alla sperimentazione”.

E’ ravvisabile insomma che – se taluni principi etici legati alla ricerca clinica, come il consenso informato, risultano essere universalmente accettati – molteplici sono i passi avanti da compiere in merito ad un ricongiungimento di temi che non investono soltanto la dimensione scientifica, ma anche – e soprattutto – la sfera etica ed esistenziale dell’individuo e della collettività.

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