A stimolare la mia riflessione è stato un articolo di Katharine Viner sul Guardian su come la tecnologia può distorcere la verità. In pratica ci troviamo nell’epoca della post-verità, dove la lotta tra verità e menzogna, tra fatti reali e bufale, tra consenso e attacco, diventa così dura e confusa che non si sa più quale sia la verità e non si è più capaci di accordarsi per cercarne una.

“War is Peace; Freedom is Slavery; Ignorance is Strength”: questo è lo slogan del Partito descritto da Orwell nel suo celebre romanzo 1984. L’autore sembra aver capito quanto la manipolazione del pensiero del popolo sia fondamentale per orientare la sua azione, il suo comportamento e le sue scelte.

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Vi ricordate come venivano chiamati i poliziotti che controllavano i distretti di Panem nel film Hunger Games? I pacificatori. Non sembra un caso definire dei repressori violenti come dei portatori di pace. L’utilizzo di questa “neolingua”, che accosta concetti contrastanti e li semplifica fino a svuotarli di significato, spinge a riflettere sull’utilizzo del linguaggio, sulla trasmissione delle informazioni dei nostri giorni.

Oggi si assiste, più che a un esplicito cambiamento di linguaggio in senso orwelliano, a un suo utilizzo superficiale, acritico e irresponsabile. I mezzi di informazione tecnologici, i social network, sembrano veicolare messaggi, di cui diventa importante la viralità piuttosto che il contenuto. In pratica contano più i like, i click, gli accessi, le visualizzazioni, più dell’essenza, del significato, del contenuto dell’informazione.

Questo è certamente legato anche all’emozione che il messaggio suscita: un’emozione positiva di fronte a un messaggio, un’immagine, spinge a condividerla e diffonderla. Anche il fattore paura sembra funzionare. Le campagne del terrore per esempio possono spingere un’intera nazione a cercare più sicurezza e quindi a sostenere politiche e politici di estrema destra.

Se un fatto spacciato come vero non si allinea al nostro modo di pensare, alla nostra opinione, tendiamo a screditarlo, a trascurarlo, a negarlo. Se un uomo di destra ascolta il leader della Lega Nord attribuire la causa dell’incremento della criminalità all’afflusso crescente di migranti clandestini probabilmente condividerà tale spiegazione, senza sondarne la veridicità, per esempio controllando i dati statistici. Di fronte all’incertezza e alla paura la statistica non conta. La sfiducia verso i numeri porta ad affidarsi all’emozione, alle sensazioni, ai pregiudizi, alla demagogia.

Anche i più volenterosi, che vogliono informarsi e approfondire un fatto, non sono immuni da condizionamenti. La ricerca su Google per esempio sappiamo che è già pilotata, selettiva, condizionata dalle nostre ricerche precedenti. La raccolta dei nostri dati personali durante la navigazione porta quel motore di ricerca a farci trovare le informazioni che vogliamo, la pubblicità del prodotto che desideriamo.

Oggi è Facebook a dare le notizie di prima pagina, ad avvertirci di un attentato, della morte di un personaggio famoso, dell’anniversario di un evento storico, dello scandalo di un politico. Il giornalismo, il commercio, l’intrattenimento, la politica, la sicurezza, l’amministrazione, hanno un profilo Facebook.

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fonte businessinsider.com

Il consumismo sta inghiottendo la verità giornalistica. Il giornalismo ormai non cerca più di servire un pubblico informato e critico, ma un popolo di “likes”. Così i mass media si adattano ai meccanismi perversi dei social network, alle esigenze dell’uomo qualunque e del popolino.

L’inganno sta nel sentirci più liberi perchè potenzialmente capaci di accedere a più informazioni rispetto al passato. Ma di fatto ci troviamo in una “democratica non libertà”, dove il progresso ha eliminato le catene fisiche, ma ne ha costruite di altre insivibili e mentali. Una di queste ultime è il pensiero unico. La sindrome degli hashtag ne è un esempio. Ne facciamo uso perchè ne hanno fatto gli altri, per rientrare a far parte del gruppo.

La Brexit e l’elezione di Trump sono considerati frutto dell’era della post-verità, perchè le campagne politiche pro e contro sono state alimentate dalla divulgazione di fatti e controfatti di dubbia verità. I mezzi d’informazione si sono così indeboliti da divulgare anche menzogne di grandi leader politici. Per Trump il grave problema globale del cambiamento climatico non esiste, o per lo meno non è così rilevante da impedirgli di eliminare tutti strumenti introdotti da Obama per ridurre le emissioni di CO2 e per sviluppare le fonti di energia rinnovabile. Gli Stati Uniti sono tra i principali responsabili del riscaldamento globale. Nonostante la scienza abbia confermato l’esistenza dei rischi del cambiamento climatico in atto, di cui l’uomo è responsabile, molti ancora oggi lo negano. Si pensa che l’opinione degli scienziati non sia vera, ma influenzata, condizionata. Tra chi nega il problema del cambiamento climatico vi sono coloro che preferiscono un minor intervento dello stato nelle economia, che sarebbe necessario per far valere le regole di rispetto dell’ambiente. Quindi l’ideologia, in questo caso liberista, spinge a distorcere la verità.

Un prodotto della post-verità è il fascino per le teorie del complotto.

Secondo alcuni il successo dei populismi dipende proprio dalla loro capacità di distorcere la verità o di ignorarla. Questi movimenti in pratica capiscono cosa il popolo vuole sentirsi dire. Ciò che conta è la truthiness (“veritezza”) secondo la definizione di Colbert: un’affermazione può essere appoggiata non in quanto vera, ma giusta e coerente con i propri preconcetti. La disinformazione sui vaccini, che lega questi all’autismo, ne è un esempio.

Nessuno rimane neutrale durante la raccolta e l’interpretazione delle informazioni. Ognuno di noi è portato a selezionare le notizie e le fonti che si allineano al nostro pensiero precostituito.

Uno dei principali motivi che ci spingono a credere a certi fatti, anche senza sondarne la veridicità, è la difesa della nostra identità, coerenza, autostima. É un esigenza umana.

Secondo il sociologo Morozov il problema della post-verità è falso, perchè gli “svitati” che diffondono le notizie false sono sempre esistiti, ma oggi i mezzi informativi le rendono semplicemente più virali. Quindi il problema non sono le notizie, ma la tecnologia che le diffonde. Quest’ultima risulta essere al servizio dei potenti e dello status quo.

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fonte bloodyivy.it

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