“Quello che gli Stati Uniti assaggiano oggi è solo una piccolissima cosa rispetto a quello che abbiamo provato noi per dieci anni. La nostra azione ha provato l’umiliazione e l’abiezione per più di ottant’anni. I suoi figli sono stati uccisi , il suo sangue versato, i suoi luoghi santi attaccati (…) nonostante questo nessuno se ne cura (…) un milione di bambini iracheni sono morti in Iraq anche se non avevano fatto nulla di male. (…) Essi (gli Stati Uniti) sono il campione della falsità, sostengono il macellaio contro la vittima, l’oppressore contro il bambino innocente. Dio riservi loro la punizione che meritano”                                           (Osama Bin Laden, 7 Ottobre 2001)

Di fronte all’ennesimo attentato terroristico, non possiamo fermarci alla rabbia, alla paura e alla semplice criminalizzazione dell’uomo terrorista. Non è sufficiente definire certe azioni come follie animalesche.

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attentato terroristico alle Torri Gemelle, NY, fonte: lastampa.it

Il terrorismo è più di una “patologia”, è uno strumento strategico in situazioni di conflitto. Serve a raggiungere tendenzialmente obiettivi politici. Per esempio l’Organizzazione di Liberazione Palestinese (OLP) mira a liberare attraverso atti terroristici i territori occupati da Israele. In questi casi, quando gli obiettivi si realizzano o si raggiunge un compromesso, il terrorismo dovrebbe cessare. Un discorso più approfondito richiede il terrorismo suicida, rappresentato in questi ultimi anni dalla figura del kamikaze. Ci sono molte motivazioni e cause dietro tale omicidio-suicidio. La psicologia politica ce ne fornisce alcune.

Con gli attacchi terroristici in genere si vuole dare un certo significato della propria vita. Ogni uomo cerca di alimentare la propria autostima e di realizzare sè stesso. Come farlo? Così iniziano ad essere coinvolti aspetti trascendentali (es.religiosi) che devono avere una certo valore sociale, presenti nell’atto terroristico suicida. Con questa morte si realizza il desiderio di essere ricordati nella memoria collettiva. Quando traumi e frustrazioni, prevalenti in condizione di emarginazione sociale, fanno perdere di significato la propria vita, l’esigenza di riscattarsi trova risposta in atteggiamenti devianti e criminali. La frustrazione, la percezione di non avere un futuro, di non avere possibilità di cambiamento e speranza, sono anche alla base dei comportamenti criminali dei giovani e del bullismo. La venerazione del gruppo di appartenenza è un’occasione di riscatto.

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quartiere islamico di Molenbeek, Bruxelles, fonte: you_ng.it

Ci devono essere altri fattori di rischio che spingono alla ricerca di un senso della propria vita. La mortalità innanzitutto deve avere una certa risonanza nella società. L’attore terrorista prova un senso di ingiustizia e deprivazione, una reazione psicologica all’impossibilità di accedere a certe risorse o a una società incapace di rispondere ad esigenze spirituali. Da qui nasce la stigmatizzazione della società occidentale, percepita in decadenza e piena di tentazioni da dover combattere. Il terrorista deve sentirsi parte di un gruppo, di cui persegue gli obiettivi. Per questo è importante il canale di trasmissione di informazioni e propaganda dell’ISIS.

Il martirio deve essere concepito come un valore culturale e morale, quindi radicato nella mentalità ed educazione del terrorista, e legato a un’ideologia estremista che inneggia al sacrificio individuale e collettivo. Dobbiamo tuttavia ricordare che nell’Islam non estremista non c’è alcun elemento che spinge i credenti alla violenza. Molti terroristi non hanno mai capito a pieno la propria religione di cui si sono fatti portavoce. Il terrorismo piuttosto è alimentato dalla povertà e dall’ingiustizia. Guardiamo alle promesse di ricchezza e ai premi destinati a chi viene reclutato tra i terroristi.

Il senso di appartenenza a un gruppo è fondamentale per trovare giustificazione, importanza, valore nel proprio agire. Basta un primo contatto con un’organizzazione terroristica per entrare a far parte della rete del terrore. È la fase di reclutamento. Funzionali sono anche i luoghi di indottrinamento, come nel caso del terrorismo di matrice islamica le moschee, le scuole religiose e le prigioni (effetto Guantànamo). Quindi gli psicologi sociali e politici propongono interventi che coinvolgono il singolo e la società. Bisogna evitare che si presentino situazioni e condizioni in cui la vita di certi soggetti emarginati perda di significato. Sul piano militare bisognerebbe evitare escalation di violenza, rispondendo al terrorismo con la guerra. I Paesi Occidentali dovrebbero investire sull’educazione e sensibilizzazione per evitare il fenomeno di radicalizzazione da una parte e xenofobia dall’altra. Una comunicazione positiva, anche attraverso i mass media, potrebbe ridurre tensioni e il senso di alienazione ed emarginazione di molti giovani, che in quanto esclusi da un gruppo entrano a fare parte di un altro (come un’organizzazione terroristica).

A Singapore si è adottato per esempio il metodo dell’aiuto alle famiglie di terroristi e agli esponenti dell’Islam moderato. Adottare il principio “occhio per occhio, dente per dente” non sempre è funzionale, ragionevole e direi neanche civile. Infine bisognerebbe pubblicizzare mezzi alternativi al terrorismo per raggiungere certi obiettivi, come la negoziazione per scopi politici. Si può criticare questo approccio di problem solving della psicologia politica, che non sembra essere realistico e praticabile. Tuttavia neanche la soluzione di mera lotta armata al terrorismo sembra aver risolto il problema, piuttosto lo ha alimentato. Altra soluzione intelligente sarebbe quella di intervenire direttamente nei paesi di origine dei terroristi. Questi paesi sono tutti caratterizzati da povertà, guerre, violazione dei diritti, corruzione e assenza di democrazia. Aiutarli a svilupparsi sul piano economico e democratico potrebbe eliminare quelle condizioni favorevoli al reclutamento dei terroristi. La violenza produce altra violenza. Come suggerisce Obama “non possiamo metterci uno contro l’altro rendendo questa lotta una guerra tra l’America e l’Islam.” è necessario che “le comunità di musulmani siano tra i nostri più forti alleati”, evitando l’emarginazione fondata sull’odio.

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