La Cassazione ha depositato  ieri una sentenza che ha agitato e diviso l’opinione pubblica. La Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dai difensori del più sanguinario boss della storia di Cosa Nostra, Totò Riina, stabilendo che si debba riconoscere al detenuto l’esistenza del diritto a morire dignitosamente. I giudici hanno sempre respinto i ricorsi avanzati dalla difesa di Riina, diretti all’ottenimento del differimento della pena o della detenzione domiciliare. L’importante pronuncia del Tribunale Supremo, sotto il profilo del procedimento giudiziario, ha annullato il primo provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, in quanto il giudice – nel motivare il diniego – aveva omesso di “considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico”. Il mantenimento in carcere del boss corleonese – stando  alla sentenza della Cassazione – sarebbe in contrasto con il senso di umanità della pena, principio che trae il suo fondamento dalla Costituzione Italiana.

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Tantissime le polemiche a questa tonante pronuncia: Rita Dalla Chiesa, Franco La Torre, Sonia Alfano e tanti altri familiari delle vittime di mafia reclamano il diritto che avrebbero dovuto avere anche i loro cari a morire dignitosamente. Benché la “belva” di Corleone sia ormai fisicamente inoffensiva, non è facile dimenticare quelle tragiche pagine della nostra storia: il sangue versato, le vite spezzate a causa di un uomo ignorante che è riuscito ad acquisire uno spessore criminale tale da essere il padrino più influente della storia di Cosa Nostra.

Contro la sentenza della Suprema Corte insorgono molti esponenti della politica nazionale. Matteo Salvini  – in primis – che afferma con veemenza: “Fine pena mai, per Riina e per quelli come lui!”. Anche la Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi ha espresso il suo dissenso circa le motivazioni addotte dalla Cassazione: “Dopo terribili stragi e tanto sangue, il più feroce capo di Cosa Nostra è stato assicurato alla giustizia e condannato all’ergastolo, anche se vecchio e malato, la risposta dello Stato non può essere la sospensione della pena”.Immagine correlata

Anche don Luigi Ciotti, simbolo incontrastato di lotta alla criminalità organizzata, si è pronunciato contro l’accoglimento del ricorso avanzato dalla difesa di Riina: “C’è un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c’è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni”.

 

 

 

 

 

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