La strategia del terrore. Attuata lentamente, a piccoli passi, non con l’aiuto di gerarchi del Daesh, non con emissari dell’ISIS, ma con giovani miliziani, con crociati del terzo millennio che inseguono un sogno di follia, di vendetta, di gloria. I “martiri” dello Stato Islamico ascoltano Ariana Grande, vestono Nike, hanno un iPhone. La guerra 2.0 si combatte con gli arruolati nella legione straniera dell’esercito del terrore. Non hanno la pelle ambrata, né gli occhi scuri e intensi, a volte hanno tratti scandinavi, gli occhi azzurri, i capelli biondi, e sul passaporto svettano le stelline dell’Unione Europea. La Jihad del 2017 ricorda tanto la prima crociata, quella della speranza, condotta con le spade di legno, dagli ultimi di un Occidente eurocentrico. Ma il nemico ha dismesso i panni delle corazzate dagli scudi crociati, l’infedele 2.0 veste da H&M, ascolta Rihanna, ha uno smartphone Android, e ha molto in comune con il miliziano che sta dall’altro lato della barricata.

Perché questa guerra la stiamo combattendo tra di noi. La guerra civile del villaggio globale ha tanto a che vedere con uno scontro tra culture: ma tra culture tanto lontane quanto vicine, con le distanze azzerate dalla società multietnica. Con le diversità che si fanno tenui, le distanze che si accorciano, e gli usi e i costumi che si mescolano. Sembra perfetto, una Babele felice, un disegno universale di umanità e diritti. In uno spazio senza confini. E proprio per questo motivo la guerra nel terzo Millennio è anche questa, una guerra condotta con gesti isolati, su un campo di battaglia che ricopra tutto lo spazio possibile. Perché se esistono luoghi simbolo, vanno colpiti prima di tutto stili di vita, eventi, individui, i simboli di tutto ciò che la scrittura vieta.

Ma è una guerra che miete vittime sull’altare del terrore, perché un popolo impaurito è più manipolabile di un popolo sotto terra. Qui nessuno vuole ricoprire di sale Parigi o Londra, qui la strategia è subdola e raffinata e mira direttamente alla psiche degli occidentali. Colpisce la musica, lo sport, lo stile di vita, le libertà che dall’Europa hanno influenzato il mondo intero, contagiando i figli, i nipoti di chi oggi imbraccia un fucile contro l’Occidente. Perché colpire una cultura è molto meglio che colpire un popolo. I Romani avevano conquistato i Greci, ma i Greci avrebbero contagiato la cultura dei propri dominatori per sempre. E parlare di guerra senza bombardamenti, senza trincee e cessate il fuoco non è facile. Perché non si tratta che di una guerra sganciata da ogni preconcetto e categoria territoriale che ancora va pensata e contrastata con strumenti che ancora non abbiamo.

Frank Underwood  un po’ l’ha capito: e in House of Cards ha chiesto al Congresso di dichiarare guerra all’ICO, una guerra intra moenia, in cui il nemico va meticolosamente individuato: perchè stavolta non ha alfieri, non ha bandiere, e non arriva con sfilate di carri armati in pompa magna. Ma colpisce all’oscuro e si cela nel vicino di casa, nel bell’uomo in giacca e cravatta che ci ha fissati in metro da Termini a San Pietro. Si narra che dopo la costruzione della muraglia cinese, nelle zone di confine i contrasti con le popolazioni vicine si fossero moltiplicati: perché i muri un po’ ce li costruiamo da soli. E il muro che la globalizzazione aveva abbattuto, lo Stato Islamico lo sta ricostruendo, mattoncino su mattoncino. Lo buttiamo giù?

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