Nella seconda metà del XII secolo, alla corte di Eleonora d’Aquitania ed Enrico II in Inghilterra, Maria di Francia scrisse dodici composizioni poetiche che prendono il nome di lais dalle narrazioni bretoni accompagnate dalla musica che si chiamavano laid.

In questi racconti, tutti improntati sulla presenza di elementi ferici, la poetessa non molla mai la presa sulla realtà e sulla società feudale in cui viveva. Di fatti, per esprimere tale stile narrativo, lo studioso Spitzer coniò il termine «favola-problema» che rende in modo chiaro l’idea di una narrazione fantastica in cui alcuni elementi portano il lettore (o, a quei tempi, l’ascoltatore) a riflettere sulle usanze della cultura medievale.

Esemplare è il suo laiLanval”, incentrato sull’omonimo cavaliere che, per una dimenticanza di Artù, non ha ricevuto i doni meritati nel corso del servizio prestato al suo signore. Dopo un periodo di depressione malinconica, una fata appare improvvisamente per risollevare le sorti del triste eroe e per donare a lui il suo amore, a condizione che nessuno sappia della loro relazione. La fata, dunque, si contrappone significativamente al re. Una volta terminato il patto di vassallaggio con lei, Lanval è molto più felice di quanto non lo fosse al servizio di Artù; inoltre, durante un successivo momento di crisi dell’eroe- imprigionato per aver rifiutato le offerte d’amore della regina- viene salvato dalla fata che interviene direttamente alla corte del re per sottrargli l’amato e portarlo con sé nella magica isola di Avalon.

La struttura di questo racconto si basa sull’esposizione di un «problema» iniziale e comune al tempo di Maria di Francia (la mancata assegnazione del meritato dono al vassallo), che però viene risolto grazie al favoloso intervento del soprannaturale all’interno del contesto cortese, ossia l’apparizione della fata.

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