Occupa già il primo posto nella classifica FIMI/GfK il nuovo album di Caparezza, dal titolo Prisoner 709. Prigioniero del male incurabile che lo affligge da due anni, l’acufene, il cantante va incontro ad una profonda autoanalisi, che coinvolge, nel corso dei sedici brani che compongono il disco, i più svariati temi, a partire dal riconoscimento di se stesso e del proprio ruolo, fino ad arrivare alla religione, alla psicoanalisi, alla realtà attuale con tutte le sue contraddizioni.

Il tour partirà da Ancona il 17 Novembre.

Risultati immagini per caparezza date tour

Innanzitutto vorrei farle i miei complimenti per questo suo nuovo album. Come sempre, supera le aspettative, nonostante queste siano molto alte.

Ti ringrazio. Posso chiederti di darmi del tu per favore? Cerchiamo di entrare in contatto perché do delle risposte strane quando mi danno del lei (ndr ride).

Certamente. Nel primo brano del tuo album, fai riferimento ad un blocco artistico che t’ha afflitto e al fatto che fai fatica a riconoscere te stesso. Oltre al disagio che ti provoca l’essere affetto da acufene, ci sono altre ragioni di ciò? Pensi che le aspettative degli altri sulla tua produzione artistica possano influire?

Beh, per quanto riguarda l’aspettativa sì, è nemica della creatività, questo è poco ma sicuro! Io però ho la grande fortuna di rapportarmi a me stesso, cioè ho un’esigenza e quella seguo, l’esigenza creativa che mi ha sempre accompagnato sin da quando ero bambino (a testimonianza, ho decine di demo che non riesco nemmeno a far risalire a una data precisa, pensa che nei primi avevo la voce da bambino!). Fare musica per me è qualcosa che va al di là delle aspettative, dei dischi, degli scaffali e di tutto il resto. Quindi, aggiungo che è vero che l’aspettativa può essere nemica della creatività, ma è anche vero che si può fare in modo di non farsi influenzare da questa. Ho affrontato l’acufene ma anche altri problemi di natura più semplice, relativi secondo me alla crescita e al far pace con il fatto che si cresce, si cambiano i punti di vista e si è sempre diversi…

In riferimento al brano “Prisoner 709”, pensi sia ancora possibile per un artista trovare la propria dimensione di libertà? E se sì, come?

Eh, bella domanda questa! (ndr ride) Secondo me la libertà da un punto di vista artistico è un’utopia: la si cerca in continuazione e non la si trova mai. Io mi sento libero perché ovviamente faccio quello che mi pare, nella casa discografica nessuno mi ha mai chiesto una direzione o ha mai spostato una virgola di quello che scrivo. Tuttavia il rapporto è tra me e me, quindi ogni volta che faccio un disco penso: “Non ho ancora fatto il disco perfetto”… E secondo me non lo farò mai! Infatti una cosa che mi dicono spesso è che alzo sempre il tiro e che ogni album è un po’ più complesso di quello precedente. E la cosa mi va bene, perché io non sono uno di quegli artisti di cui non si rimpiangono gli album, quindi per me è una sfida continua. Dunque, non so se potrò mai ritenermi un artista libero, libero dal mio progetto, dalla mia visione della musica.

Ne “La caduta di Atlante”, ti identifichi con Atlante che crolla sotto il peso del mondo in una disperata rincorsa della giustizia. Puoi spiegarci qual è per te il significato di questa metafora?

Partiamo dal presupposto che quello che volevo raccontare era il momento preciso in cui ti cade il mondo addosso, che per me è coinciso con il fatto di avere l’acufene. I miei piani erano “sballati” e volevo raccontare questa cosa. Ho cercato di trovare la metafora più giusta per raccontarla e mi tornava sempre in mente Atlante che reggeva il mondo e a un certo punto si faceva schiacciare dal mondo stesso. Questa immagine mi ha portato ad allargare la visione della canzone. Atlante, nel brano, cade tre volte: la prima, quando scopre che il suo destino di portare il mondo – destino che gli piaceva, che nel mio caso era la musica –  viene meno, perché si innamora di Dike e questa cambia i piani della sua vita. Quindi, la prima caduta è quella della sicurezza che lui aveva. La seconda caduta avviene quando lei lo rifiuta, perciò si tratta di una caduta d’orgoglio. E la terza volta è quando lui, dopo il rifiuto, prova questo istinto animalesco di voler farle del male. Queste tre cadute finiscono nell’impossibilità di avere giustizia. Inoltre – e questa è una sottolettura – Atlante rappresenta la potenza, la forza fisica e la ricchezza, quindi diciamo che ci sono più punti di vista in questa canzone. Il punto di vista originario, però, rimane quello di rappresentare il momento o i momenti in cui ti cade il mondo addosso e tutto prende una direzione diversa rispetto a quello che pensavi.

In “Confusianesimo”, affronti il tema delle religioni e di una ricerca disperata di “conforto” in esse, che però non dà i risultati sperati. Quale pensi possa essere per un artista agnostico la risposta al suo “bisogno spirituale da colmare”?

Non c’è, io sono uno scettico… Un tempo, mi facevo prendere di più dalle “fascinazioni” e forse ancora oggi è la curiosità che mi porta ad esplorare vari mondi, anche dal punto di vista spirituale. Però adesso, quando parlo con le persone che hanno un forte credo oppure hanno delle soluzioni alternative a questa sorgente inespressa, io comincio a stancarmi. Prima la mia curiosità mi portava ad accettare o ad entrare di più nei meandri di questi ambiti spirituali e religiosi. Ora non più, per me è come ascoltare una favoletta, trita e ritrita, non riesco più a provare quella “fascinazione”. Per me la fede cieca è proprio sbagliata come concetto. La riflessione alla base di “Confusianesimo” era: “diamine, ci sono persone che hanno fede e sono più felici di me, più tranquille. Come mai?”

Risultati immagini per Caparezza prisoner

Finora ci siamo soffermati molto sulla condizione del prigioniero. In questo contesto, qual è il ruolo della guardia e che importanza riveste?

La guardia, almeno in questo album, è una figura bivalente. Dal punto di vista filosofico, Caparezza sarebbe la guardia di Michele, colui che tenta di metterlo in guardia dai suoi dubbi e quindi cerca di tendergli una mano. Dal punto di vista reale, invece, la guardia è la parte oscura che abbiamo tutti noi. Ne “L’uomo che premette”, la parte oscura emerge quando la nostra barriera razionale viene infranta e la natura animalesca di cui prima viene fuori. È quello che sta accadendo, per esempio, a tutta la fascia dei moderati, che improvvisamente fanno “il salto della quaglia” nella zona della xenofobia. Io ho tanti amici che prima la pensavano come me e adesso pensano l’esatto opposto: magari si ritengono stufi di un certo tipo di situazioni che si verificano in Italia, forse perché hanno subito l’influenza di un servizio giornalistico montato ad arte per poter spostare i nostri riferimenti ideologici. Per questo, “L’uomo che premette”, ossia il capitolo sulla guardia, si rivolge a me, alla mia parte oscura, di cui io ho paura, perché ognuno di noi ce l’ha, tutti i cosiddetti “buonisti” ce l’hanno. Diceva Jung che “fuori dalla rotta ognuno è criminale”. E quindi dobbiamo tenere alta la guardia per proteggerci da questa deriva pericolosa.

Come al solito, i temi trattati sono molti e profondi. Ma c’è un messaggio in particolare che vorresti trasmettere al pubblico con questo album?

Questa domanda mi dà da pensare, perché io in realtà non mando messaggi: racconto a me stesso e poi tanti empatizzano con quello che dico. Questo mi fa anche piacere. “Una Chiave” forse è il pezzo più assurdo, in quanto è davvero molto introspettivo: lì ho veramente raccontato il mio modo di vivere, come ho vissuto in questi anni. Il fatto che tante persone si identifichino in me attraverso questa canzone mi sta “stordendo”, perché non pensavo che ce ne fossero.

A proposito, nella canzone “Una Chiave”, dialoghi con il tuo te stesso più giovane e scopri inaspettatamente che tra i due, nonostante la differenza d’età, è lui quello più saggio. C’è una parte di te che temi di aver perso negli anni e che rimpiangi?

No, non c’è. Diciamo che alla fine cercavo una soluzione, dunque ho dato voce a me stesso da bambino. Precisi messaggi non ce ne sono, però vorrei arrivasse questo: visto che ci sono tante persone che in quel pezzo si sono immedesimate (e molti mi scrivono che sono affetti da problemi anche più gravi dell’acufene), vorrei dire che ci tenevo a completare quest’album perché è un modo per dimostrare che si può andare avanti nonostante ciò che ti accade quotidianamente. Perciò questo è un album “di reazione” e vorrei che arrivasse il fatto che non è un album in cui mi piango addosso, ma in cui reagisco a tutto quello che mi accade e se ciò può essere d’esempio… Ecco, mi piace che rimanga questo.

Il tour partirà da Ancona il 17 Novembre. Come pensi di trasporre in un concerto live il contenuto di un album così introspettivo?

Ci sto pensando in realtà (ndr ride), ma credo che troverò la soluzione.

A proposito della “Latitanza”, molti fan sono spaventati dall’idea che questo possa essere il tuo ultimo progetto. Cosa rispondi loro?

(Ndr ride) Adesso, nel 2017, non riesco a capire cosa potrà succedere, però considerate che io alla fine di ogni album ho sempre detto: “Non ho idea di cosa farò dopo”, cioè ogni album che ho fatto finora avrebbe potuto essere l’ultimo. Io non lo so. Molto spesso gli album che faccio sono più o meno legati all’ultima traccia dell’album precedente, per esempio in “Museica” io parlavo di acufene nell’ultima traccia (ndr “Canzone all’uscita): il problema ai tempi era veramente lieve, avvertivo un sibilo molto basso, che ho sentito per tutta la vita, quindi non me ne curavo. Avevo dei picchi che andavano e venivano, ma non pensavo che quella parola sarebbe diventata un tale tormento per me. Adesso che c’è la “latitanza”, chi lo sa! (ndr ride) Però una cosa è certa, io ho fatto un album nonostante tutto e, dato che per tutta la vita non ho fatto altro che questo, credo che difficile sarà per me allontanarmene… Ma adesso non pensiamo al futuro!

 

 

Commenti

commenti