Sono trascorse circa due settimane dall’attentato nella città di Gaudì. Sui social non se ne parla più. Forse ci stiamo abituando. Gli omicidi di massa stanno diventando una routin nell’indifferenza e assefuazione comune. Forse la rassegnazione vince il terrore. Sembra che non aver paura significa rimanere a guardare. Tuttavia rispondere con altra violenza sarebbe per “loro” una vittoria e per “noi” il fallimento dei progetti di pace e democrazia.  Al di là di questi pensieri, uno degli interrogativi che circolano, in occasione degli attentati che colpiscono le città europee, riguarda l’immunità di cui sembra ancora godere l’ Italia, nonostante sia continuo oggetto di minacce.

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Roma, Italia – fonte lindro.it

Ricordiamo che ci sono molte altre città europee, assieme a quelle italiane, risparmiate dal terrorismo islamico, per il semplice motivo che la loro configurazione sociale e urbana non conosce una concentrazione di  seconde e terze generazioni di migranti vulnerabili alla radicalizzazione. È il fallimento dell’integrazione?

Sappiamo dall’esperienza americana, francese ed inglese, che i ghetti, gli slums e le banlieues possono essere covo di criminali, quando si sommano il senso di deprivazione relativa e il reclutamento per attività economiche criminose, l’abbandono scolastico per i giovani, l’accesso a reti criminali di varia natura, dal traffico di droga a quello di armi alle cellule terroristiche. Forse non è un caso che l’attentatore di Berlino sia stato ritrovato e ucciso a Sesto San Giovanni, periferia di Milano, e radicalizzato in un carcere siciliano.

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fonte saphirneuws.com

I servizi di sicurezza italiani sanno bene che per rompere le reti terroristiche bisogna colpire innanzitutto i legami sociali e familiari. Infatti molti esperti credono che sia l’esperienza dell’Italia nella lotta al terrorismo politico degli anni Settanta ad aver evitato o ritardato un attentato nel nostro territorio. Le forze dell’Intelligence e di polizia che questa volta hanno ricevuto elogio e ammirazione da parte dell’estero non sono americane né russe, ma italiane. Per una volta possiamo essere un modello per gli altri.

 

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