Quel perbenismo che uccide la satira

Senza fare polemica non riusciamo proprio a stare

Una conversazione madre-figlia, una merendina, e un asteroide. Il filo rosso che li congiunge è la pubblicità più discussa del momento, accusata di violenza, di contenuti espliciti, di sessismo, e chi più ne ha più ne metta: ma le polemiche surreali, al confine tra politically correct e demenza si susseguono di continuo, chi alla disperata difesa di un simbolo, chi di un’etnia, chi di un sesso, chi di un colore politico, al grido di rispetto, dignità, diritti. Perché qualunque espressione, esternazione, dichiarazione, va autocensurata, scevra di contenuti che anche indirettamente possano offendere, provocare, incitare. Sarà poi l’esercito dei social a decidere, il verdetto popolare che deciderà se Barabba va crocifisso o va liberato, se le vacanze in Costa Smeralda del tronista di turno siano meritato riposo o mera ostentazione.

E guai a non prendere posizione, a non subissare di commenti le testate giornalistiche. Tant’è che La Stampa già da un po’ di tempo ammonisce i propri lettori, invitandoli a moderare i toni sulle questioni più spinose. La doppia faccia dei leoni da tastiera, che si indignano per uno stupro di gruppo, e al contempo immaginano Laura Boldrini dilettarsi nelle peggiori performance sessuali. L’idea che il Web e i Social avrebbero appiattito il divario sociale con cultura e informazione a costo zero non ha più riscontri e gli stessi fautori della rivoluzione informatica hanno ammesso il fallimento.

Il diritto di esprimersi, e il dovere, ogni tanto, di tacere. Due facce antitetiche della stessa medaglia, per una polemica a volte sterile, a volte al limite dell’immaginazione, perché per polemizzare su di una madre colpita da un asteroide bisogna essere alquanto fantasiosi, o eccessivamente garantisti. Correndo il rischio di mandare in pensione la satira: quando Aristofane nelle Vespe polemizzava sull’inerzia e i privilegi dei giudici ateniesi, non era poi così lontano da Maurizio Crozza che a turno se la prende con tutti. L’idea che nessuno possa tenderci impunemente uno scherzo, una battuta sagace, un po’ di sano humor ci sta paralizzando. La querela è dietro l’angolo per chi alza un po’ troppo il tiro, la condanna sociale è immediata per chi dice una parola di troppo. Abbiamo giustamente difeso il diritto di fare satira di Charlie Hebdo, ma non le abbiamo mandate a dire per una vignetta di troppo sui terremoti della scorsa estate.

Per dirla semplicemente siamo diventati permalosi, e un po’ cialtroni. Il paese delle chiacchiere lo siamo sempre stati, basti guardare il Parlamento, dichiarazioni di voto, relazioni di maggioranza, controrelazioni ma il numero di leggi approvate ogni anno è sempre più basso. Il vero problema tutto italiano è il piacere innato degli abitanti del Bel Paese di fare polemica sterile e bigotta: il perbenismo della classe media, di chi ha studiato o pensa di averlo fatto.

Prendetevi una pausa, disintossicatevi dal bombardamento mediatico: e fatevi una bella risata.

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