L’attuale campionato di Serie A, iniziato da appena tre turni, si sta distinguendo dai precedenti per l’utilizzo del Video Assistant Referee (VAR), introdotto per consentire agli arbitri di rivedere le proprie decisioni. Fino alla passata stagione, infatti, le decisioni prese in campo dai direttori di gara hanno non di rado suscitato polemiche, poi alimentate dalle trasmissioni televisive post-gara, durante le quali, in più di un’occasione, si è aperto un dibattito fra opinionisti sportivi di vario genere che si schieravano o a favore della moviola  o contro, ritenendola poco adatta al mondo del calcio. Alla fine, dopo il tentativo fallito di trovare una soluzione senza ricorrere al supporto video – come si sono rivelati i giudici di porta – , presso gli ambienti decisionali , ha prevalso la volontà di introdurre nella massima serie italiana, in via sperimentale, il VAR. Quest’ultimo è un sistema che supporta l’arbitro senza, in nessun caso, sostituirlo e prevede che vi siano due ufficiali di gara – il VAR – da cui, ora e nel linguaggio comune, prende il nome e che, tradotto, vuol dire assistente al video dell’arbitro e l’AVAR, ovvero l’assistente dell’assistente al video – i quali si avvalgono della visione e della revisione dei video che riproducono istantaneamente alcune azioni sulle quali il direttore di gara ha già preso personalmente una decisione. Nel caso in cui questi valutino errata tale decisione, comunicheranno il loro parere all’arbitro che, appena possibile – ovvero a gioco interrotto -, andrà a rivedere l’episodio per mezzo di un monitor a bordo campo e, nel caso lo ritenga opportuno, correggerà quanto aveva precedentemente optato.

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E’ bene notare però che il VAR può intervenire soltanto in alcuni casi già stabiliti. Anzitutto è necessario che, secondo gli assistenti al video, l’errore dell’arbitro sia chiaro ed evidente. Inoltre l’attenzione del VAR ricade esclusivamente su quattro tipologie di episodi – detti “game-changing situation”,ovvero quelle situazioni che possono incidere sulla partita – che riguardano la concessione o meno di un calcio di rigore, i gol viziati da eventuali irregolarità, le espulsioni dirette  e gli scambi di persone sui cartellini. La decisione di restringere i campi di intervento del VAR è dovuta alla volontà di non causare troppe interruzioni al gioco che non siano strettamente necessarie.

Tuttavia, dopo solo poche giornate – siamo alla terza –  dal debutto di questo strumento, sembra che le polemiche attorno alle decisioni arbitrali non si siano placate del tutto. Infatti, se nel campo di gioco sono molti meno i giocatori che protraggono le loro proteste rivolte al direttore di gara, al di fuori in molti  cominciano a dubitare dell’efficacia e dell’efficienza del VAR sostenendo che il suo intervento sia eccessivo sia per la frequenza, sia perché è espressione troppo severa e poco elastica del regolamento. Inoltre la decisione finale spetta sempre all’arbitro che può comunque, nonostante abbia interrotto il gioco, ripetere l’errore, influenzando allo stesso modo l’esito della partita. Così, se prima, nei vari salotti televisivi a carattere sportivo che seguivano le partite, si commentava la gara e, in particolare, l’operato dell’arbitro rivedendo la moviola, in questo avvio di campionato sembra che si stia praticando la moviola della moviola.
Tuttavia, se si considera che sono trascorsi appena due turni dal suo debutto e che è in via sperimentale e dunque soggetta a eventuali correzioni, il VAR non sembra essere uno strumento del tutto negativo. Infatti, la possibilità di rivedere le proprie decisioni non può che ridurre i margini d’errore e con questo anche l’eventualità che le decisioni arbitrali incidano negativamente sul risultato finale.

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