Recensioni delle migliori e peggiori uscite discografiche del mese.

Rkomi

Io in Terra
(Universal)

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Confesso di essere un po’ prevenuto verso i numerosi artisti che hanno sostegno, spesso peraltro immeritato, dal pubblico mainstream. Uscito il primo album dell’artista milanese Rkomi – nome d’arte di Mirko Martorana –, dopo innumerevoli ripensamenti, ho deciso di dargli una possibilità. Sin dal primo ascolto ho sentito immediatamente di essere difronte ad un album né pop (come Ghali) né trap (come Sfera Ebbasta o la Dark Polo Gang). Si compone di quattordici tracce piuttosto eterogenee tra di loro in cui Mirko rappa, canta e parla su diverse basi che passano dal jazz di ‘Io in terra’, dalle atmosfere ovattate create da Carl Brave in ‘Apena’, al mellow di ‘Mai più’, a ‘Z4’ con il sample della band emo Gomma, un lungo flusso di coscienza attraverso il quale l’artista si racconta. Rkomi dimostra quindi di riuscire ad allontanarsi dall’opprimente e generica “nuova scena rap” con tutti quei temi diventati stereotipi ormai eccessivamente abusati: sesso, soldi e droga. Un primo passo per un’artista che mostra di non avere bisogno di hit estive facilmente orecchiabili per essere conosciuto, ma che può rivolgersi ed essere apprezzato da un pubblico più attento e preparato.

Reikä

Frangenti
(Tim Tam Records, Cheap Talks, Dischi Decenti, Controcanti, Dreamingorilla Rec, Blessedhands records, È un brutto posto dove vivere, Insonnia Lunare Records, Dischi Leuci)

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Ho aspettato l’uscita dell’Ep delle napoletane Reikä, quartetto completamente femminile post-hardcore/screamo, per mesi e il 7 Settembre finalmente l’attesa è finita! Sette tracce che percorrono i solchi già tracciati da band come: Slint e Orchid fuse insieme da una voce che ricorda vagamente la cantante Meghan O’Neil dei Punch e ad un sound che rimanda agli italiani Vacanza. Brani energici e veloci, un pugno allo stomaco di rabbia e melanconia insieme che colpiscono l’ascoltatore e raccontano di tutti quei frangenti che ognuno incontra durante la propria esistenza. “Frangenti” è un buon Ep che si inserisce perfettamente nella scena post-hardcore/screamo italiana che ogni anno sforna band che non hanno niente da invidiare a quelle internazionali; se non forse un pubblico più numeroso.

Foo Fighters

Concrete and Gold
(RCA Records)

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Quando ascolti un prodotto di Dave Grohl sai già cosa aspettarti, un album identico ai precedenti, ma che al pubblico in genere non dispiace, perché non si distacca dal loro sempre amato stereotipo di musica rock con riff pompati, mega assoli, testi semplicistici con la caratteristica di attirare un gran numero di ascoltatori. Effettivamente in quest’album si avverte un piccolo cambiamento, ovvero la presenza di qualche urlo graffiante, che richiama vagamente le composizioni del primo gruppo del cittadino di Washington gli Scream. Comunque “Concrete and Gold” è il nono album di una band che purtroppo, da una serie di dischi, non ha più nulla di nuovo da dire. Certamente i fan lo adoreranno, ma io non appartengo alla loro specie così posso solo suggerire di immaginare che i Foo Fighters si siano sciolti dopo l’uscita di “The Colour and the Shape”.

 

Vespertina
Glossolalia
(Dio Drone, Dischi Bervisti, Toten Shwan Records)

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Lucrezia Peppicelli, in arte Vespertina, cantautrice funereal pop perugina già attiva nel gruppo grunge/shoegaze Vivienne the Witch, ha pubblicato il suo primo Ep composto da sei tracce. L’artista, munita soltanto di voce e chitarra, narra di amori spezzati e attimi infranti abbelliti da un’atmosfera tenebrosa. Ascoltando le sue liriche sembra di essere in un’ambientazione crepuscolare, dove risuonano echi di suoni lontani che raccontano di vite passate. Lucrezia Peppicelli propone un Ep in cui riverbera la poetica del crepuscolare Sergio Corazzini soprattutto nella poesia “Cappella in campagna” «due ceri senza fiamma, inanimati/ come i cuori che mai sepper lo schianto».

 

Macklemore
Gemini
(Bendo LLC)

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Primo album per Benjamin Haggerty, in arte Macklemore, senza il supporto del produttore Ryan Lewis dopo 9 anni di collaborazione. Sedici brani orribili, decisamente radio friendly , senza una propria identità né un’anima. La sensazione è quella che l’artista abbia tratto ispirazione, in maniera un po’ troppo evidente, dallo stile di altri artisti. Ad esempio: nella traccia intitolata ‘Corner Stone’ Benjamin ricorda decisamente lo stile di Chance the Rapper. Inoltre nel brano ‘Firebreather’ l’ispirazione conduce senza esitazioni al riff di chitarra iniziale di Foxy Lady di Jimi Hendrix. Se l’obbiettivo di questo lavoro è stato quello di dimostrare un’acquisita autonomia da Ryan Lewis, purtroppo il risultato è quello di un album confezionato male e composto soltanto da hit facili.

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