Il sogno di un’Italia federale

Per cosa hanno votato Lombardia e Veneto? Il sogno autonomia si fa sempre di più realtà

Ci stanno provando Lombardia e Veneto. Per anni la Lega Nord ne ha fatto lo spasmodico oggetto del proprio programma, fino a rivendicare l’indipendenza. Luca Zaia e Roberto Maroni questa domenica potrebbero aver gettato le fondamenta di un’Italia federale, con una vastissima categoria di competenze devolute alle regioni. Ma cosa è successo? Lombardia e Veneto domenica hanno interrogato i propri popoli sull’autonomia: tutto ciò cosa comporta? Ogni regione può indire referendum consultivi: referendum da usare per consultare il proprio popolo su una decisione da prendere. In questo caso si è cercata la legittimità popolare per potersi avvalere dell’Art. 116 della Costituzione che recita testualmente:

“Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 […] possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali[…]. La legge e` approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.”

Zaia e Maroni stanno chiedendo che vengano assegnate alle Regioni parte delle materie di competenza concorrente: cioè di quei settori in cui lo Stato fissa i principi generali, e il resto del lavoro spetta alle Regioni. Un’operazione complicata sulla quale c’è stata una convergenza da parte di tutte le forze politiche. Da espliciti endorsement fino a taciti assensi. Che hanno portato alle urne in entrambi i casi consensi superiori al 90%. Quasi l’unanimità, con picchi di affluenza in Veneto senza precedenti.

E per la Lombardia la sfida del voto elettronico. Per la prima volta in Italia si è votato su di un tablet. Con non pochi intoppi. Ma le pietre miliari del voto digitale in Italia sono finalmente state gettate. La retorica del voto era abbastanza chiara, e subito c’è stato chi ha parlato di referendum in altre regioni. Brunetta ha parlato di referendum in Calabria, perché l’autonomia da Roma è l’antidoto contro il fallimento delle politiche dello stato centrale. Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna,non è passato per il referendum: a chiedere l’autonomia ci è andato da solo, ed ha già compiuto il primo vero step per azionare l’art. 116: l’intesa tra Stato e Regione.

Già, perché per lombardi e veneti i problemi sono solo all’inizio. L’iniziativa della Regione c’è stata. Il prossimo passo sarà siglare un’intesa con il Governo e presentarsi davanti alle Camere. Qui il gioco si fa duro: perché è prevista una procedura rafforzata che richiede la maggioranza assoluta dei voti di entrambe le Camere, per trasformare l’autonomia da sogno in realtà. Mentre alle Regioni a statuto speciale basta una modifica dello Statuto Regionale, che deve comunque passare per l’approvazione di una legge costituzionale. Insomma, quel complesso sistema di pesi e contrappesi, come piace chiamarlo agli addetti ai lavori, è stato progettato per difendersi con le unghie e con i denti dai sogni di autonomia. E per troncare i problemi sul nascere, la Costituzione, con lo stratagemma delle regioni a statuto speciale, ha da subito allentato la presa sulle zone a rischio indipendentismo, quindi Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle D’Aosta.

Adesso, se il sogno autonomia diventerà realtà non ci è dato di saperlo. Ma sembra che maggioranze e opposizioni siano tutti d’accordo. L’autonomia va concessa. Forse il caso Catalogna ha generato la psicosi, e nessuno vuole pensare al Pirellone come il cuore pulsante della Repubblica di Padania. O qualcuno ha semplicemente pensato che i tempi sono maturi per mandare in pensione le competenze concorrenti, inutili e macchinose.  L’Italia Federale è molto più che fantapolitica.

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