Dall’emanazione del D.L. n. 34/2014 (meglio noto come Decreto Poletti) ben tre anni son passati. È ormai tempo di bilanci sulla tanto chiacchierata riforma del sistema occupazionale – al secolo Jobs Act – su cui in Italia sembra essere in atto fin dal principio un vero e proprio tiro al piccione.

Il tasso di disoccupazione è distribuito in modo eterogeneo nel territorio del bel Paese: nel Mezzogiorno appare doppio rispetto alla media nazionale, mentre nell’Italia centrosettentrionale è pari alla sua metà. Occorre poi considerare che, fra i disoccupati, al Nord prevalgono coloro che hanno perso il posto di lavoro, mentre – rivela l’ISTAT – più del 60% di inoccupati è collocato nel Mezzogiorno. Nell’ambito di questa tristissima cornice sociale, si è sviluppato un fenomeno strettamente correlato: quello della mobilità giovanile – interna ed interstatale – finalizzato tanto al completamento del percorso di studi quanto alla successiva ricerca di un posto di lavoro qualitativamente proporzionale ai titoli conseguiti.

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Ma cosa è cambiato con il Jobs Act? Relativamente alle assunzioni a tempo indeterminato, i dati ISTAT segnalano una crescita nel 2015, alla quale segue – tuttavia – un calo nel 2016. “I dati segnalano il superamento della soglia dei 23 milioni di occupati: un altro passo nella giusta direzione, che ci avvicina ai livelli pre-crisi” – questo il commento vibrante di soddisfazione del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti. Gli incrementi occupazionali sono considerevoli al Centro-Nord, ma il Meridione registra risultati di gran lunga meno vistosi. In effetti, rispetto allo scenario nazionale, il sistema occupazionale del Mezzogiorno risulta tuttora in preda ad una rimarchevole congiuntura: le assunzioni avvengono perlopiù attraverso contratti a termine (+81mila) e di apprendistato (+18mila), a fronte di oltre 260mila rapporti a tempo indeterminato in meno (-38%).

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Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti. Fonte Governo.it

Altra rilevante riforma normativa è quella introdotta dal D.Lgs. n. 23/2015 riguardo al c.d. contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, che ha incrementato il tasso di flessibilità in uscita. Ma anche in questo caso, considerando gli effetti di questa innovativa fattispecie contrattuale assieme al groviglio di incentivi che il Jobs Act ha asimmetricamente destinato alle varie Regioni,  è il Mezzogiorno ad uscirne sconfitto.

Non occorrerebbe forse promuovere tangibilmente la coesione sociale in tutto il territorio nazionale, prima di introdurre in sede ordinamentale quest’ostica architettura legislativa che ha di fatto determinato una parcellizzazione del mercato del lavoro?

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