È stata giusta qualche giorno fa la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. E’ scattato da poco il terremoto legato agli scandali sessuali che ha travolto il mondo del cinema, ed è sempre più attuale l’argomento del femminicidio, sia nel nostro Paese che nel resto del mondo.

C’è poi un posto in questo mondo, di cui non si parla tanto, dove le riflessioni sui problemi sociali non vengono nemmeno affrontate e non fanno parte della quotidianità, un posto in cui la sola cosa che fa parte della quotidianità è la violenza, una violenza mista all’orrore, una violenza che sembra essersi impossessata di ogni spazio a sua disposizione, un male eterno che non conosce né fine né limiti.   Quel posto è la Repubblica Democratica del Congo, il Paese dell’Africa centrale emblema di tutte le tragedie di un intero continente.

Sei milioni di morti in vent’anni di conflitto, genocidi silenziosi, cessate il fuoco mai rispettati, quasi 50 gruppi armati, massacri etnici e saccheggi per non parlare dei bambini soldato. La somma di tutti questi, insieme ad altri, elementi sono la causa della peggiore tragedia della storia dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. Un altro elemento che si aggiunge a quelli sopracitati è quello degli stupri, commessi potremmo dire quotidianamente da irregolari, banditi e miliziani, ed a volte anche da chi dovrebbe difenderle, ossia dai soldati dell’esercito regolare della Repubblica Democratica.

Dal 2013 al 2016 solo in un piccolo paese, tra le case di terra e fango, 44 bambine dai 2 agli 11 anni sono state prelevate di notte, condotte nella foresta e ripetutamente violentate da uomini armati. Per queste violenze sono stati arrestati il deputato provinciale Frederic Batumike con i suoi 74 uomini, e dovranno rispondere di violenza sessuale e crimini contro l’umanità. Si dice che dietro questo orrore ci sia la credenza, inculcata in questi uomini da uno stregone, che avendo rapporti con delle vergini essi acquistino protezione dai proiettili in battaglia.

La piaga dello stupro nell’ex Zaire ha iniziato a diffondersi alla fine degli anni 90 durante la Seconda guerra congolese, un arma da guerra che viene sempre di più utilizzata, tanto che leggendo le statistiche dell’ONU, solo nel 2015 ci sono stati oltre 15mila casi accertati di violenze sessuali. Insieme all’orrore dell’atto in sè, le vittime devono fare i conti con un’altra grave piaga, quella dell’ignoranza della propria comunità, che porta ad emarginare queste donne o bambine, considerandole come delle poco di buono, come se se lo fossero andato a cercare.

In tutto questo odio un segnale di umanità però c’è, un barlume di dignità umana riusciamo anche li a trovarlo, in questo caso rappresentato dal dottor Denis Mukwege, medico chirurgo e fondatore dell’Ospedale Panzi di Bukavu, candidato al nobel per la pace nel 2014 e già vincitore nello stesso anno del premio Sakharov dell’Unione Europea. Il dottor Mukwege è diventato uno dei simboli contro la violenza sulle donne, occupandosi quotidianamente di donne che hanno subito queste atrocità è diventato uno dei maggiori esperti internazionali in materia. Prendendosi cura di loro è diventato, al di là della medicina e della scienza, il simbolo del bene in continuo conflitto con il male, che continua a lottare anche quando è solo, anche quando sembra non esserci speranza di vittoria, e a rappresentare quella dignità umana che troppo spesso, soprattutto in quei luoghi, viene calpestata.

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