“Dopo 25 anni dalla legge n. 257 del 1992   solo il 25 % dei manufatti contenenti amianto è stato smaltito nel nostro paese, mentre la restante parte resta ancora li  come una minaccia incombente. Non c’è edificio pubblico o privato costruito prima del 1992 che non lo contenga,  luoghi di vita e di lavoro: scuole, ospedali, cinema, case private e popolari ed  acquedotti”. E’ quanto scrive in una nota la consigliera comunale Paola Serranò, da sempre sensibile alla tematica dell’amianto e protagonista insieme al sindaco Giuseppe Falcomatà, di una serie di azioni finalizzate alla rilevazione dei siti pericolosi sul territorio comunale reggino.

“Nonostante il suo uso – prosegue la nota di Serranò – sia considerato un delitto contro l’umanità, al punto da invocare l’intervento della Giustizia internazionale per punire  tutto  coloro che ancora  lo immettono nel mercato, nei Paesi dell’ Est Europa, America Latina, Asia ed  Africa ne viene consentito l’ utilizzo. L’Italia sinora ha speso poco e male, senza offrire un efficace contributo alla soluzione del problema. L’amianto  è ormai  universalmente risaputo essere dannoso alla  salute e all’ambiente. Le sue fibre penetrano nelle vie respiratorie e favoriscono lo sviluppo di malattie respiratorie croniche come l’asbestosi,  il cancro polmonare e soprattutto il mesotelioma pleurico. Dovremo convivere con questi problemi sanitari per altri 10 – 15 anni per il lungo tempo di latenza dall’inalazione delle fibre alla comparsa delle malattie. E’ dunque  necessario fare qualcosa  di veramente concreto.  Dal 1992 ad oggi sono state emanate leggi e decreti ed attualmente  giace nelle Commissioni parlamentari una proposta di legge di riordino della normativa in materia, definita come “Testo unico”.  Il percorso parlamentare è ancora incerto. Il testo presenta criticità ma soprattutto  prevede  poche risorse finanziarie per la ricerca sanitaria, la sorveglianza dei lavoratori esposti a rischio e l’ambiente”.

“Le risorse finanziarie per gli interventi di  bonifica e smaltimento – aggiunge la Consigliera – non possono essere demandate solo ai Comuni e alle Regioni e ai privati cittadini nonostante  gli incentivi e le detrazioni fiscali, ma  debbono essere reperite  da subito nella legge finanziaria in discussione al Parlamento. Gli esperti ritengono che per liberarci dall’amianto servono per i prossimi 10 anni dai 6 agli 8 miliardi. Letto così questo dato spaventerebbe qualunque Governo ma in realtà dobbiamo considerarlo un  investimento più che una spesa, capace nel tempo di produrre un  risparmio di vite umane, di costi per le cure sanitarie e previdenziali, ed un  incentivo  alla ricerca di nuove tecnologie per l’inertizzazione e il riciclo del materiale ottenuto. La ricerca italiana ha già realizzato prototipi che finora  non hanno avuto delle omologazioni scientifiche che ne consentano l’applicazione industriale. Se volessimo davvero investire sulla ricerca tecnologica non solo daremmo un grande contributo all’ambiente rinunciando alla creazione di nuove discariche ma potremmo essere concorrenziali con gli altri paesi dell’unione e  vendere le nostre tecnologie ed assicurarci lauti guadagni”.

“Bene fanno i sindaci – conclude Serranò – nel nostro caso il Sindaco Falcomatà, ad attenzionare il problema, ma è in Parlamento che va ricercata la soluzione ad una problematica così complessa ma di grande valenza sociale. Auspichiamo che le forze politiche che stanno formando le coalizioni elettorali si convincano che l’amianto deve  essere allontanato  e che questa scelta concorre al raggiungimento del Bene Comune”.

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