Outsider – Quando lo sport diventa leggenda: Sir Alex Ferguson

La storia dell'allenatore più vincente di sempre, una vera e propria leggenda vivente.

Ben ritrovati! Questa settimana, per la rubrica “Outsider – Quando lo sport diventa leggenda” racconteremo la storia di uno dei più grandi allenatori della storia del calcio. No, non nuovamente il mitico Brian Clough. Oggi parleremo di Sir Alexander Chapman Ferguson. 

“Sono nato a Govan. E’ una cosa che ti porti dentro tutta la vita”. La prima volta che i giocatori del Manchester United capirono che cosa volesse dire per Alex Ferguson essere nato a Govan fu in un pomeriggio grigio del 1987. Avevano perso una partita miserabile contro le mezze seghe del Wimbledon. Lui entrò negli spogliatoi: Sedetevi. Fatto. Ascoltatemi. Silenzio. Poi uno per uno, in senso orario: faccia contro faccia, tre centimetri tra le sue labbra e il volto dell’interlocutore. “Sei un fottuto perdente”, con voce così alta da trapanare il cervello. Un urlo a testa e quelli tutti terrorizzati. Ecco Alexander Chapman Ferguson, l’”hairdryer”. È il nickname che l’accompagna da quando siede su una panchina: prima di essere il Boss, il Padre, lo Scozzese, il Socialista, il Testardo; prima di essere Sir Alex, Ferguson è l’Asciugacapelli.

A urlare così il tecnico del Manchester United l’ha imparato quando era giovane. A Govan, ovviamente. Cioè nel sobborgo più povero di Glasgow, dove è nato il 31 Dicembre del 1941 e dove gli orgogliosi abitanti sono considerati dal resto dei britannici ancora più rozzi dei già rozzissimi scozzesi.

È cresciuto qui il giovane Fergie, a suon di slogan e di rivendicazioni, nella convinzione che il potere sia nemico e che quindi sia meglio esercitarlo; nella certezza che nella vita ti puoi fidare della famiglia e di pochi amici, pensando che urlare sia il modo migliore per farsi ascoltare. Nel 1960 quando giocava nei Queens Park a Londra un giorno tornò di corsa a Glasgow per mettersi in prima fila durante un’agitazione sindacale dei portuali: lottavano per stipendi più alti. Lui si mise accanto a papà Alex alla testa del corteo. Il replay quattro anni dopo: altri picchetti contro l’ingiusto licenziamento di un collega.

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Alex Ferguson ai tempi dei Glasgow Rangers.fonte: dailymail.co.uk

Tra una battaglia per la giustizia e un’altra, il calcio. Niente di straordinario fino a quel momento: dal ’60 al ’64 al St. Johnstone, poi al Dunfermline Athletic, i Glasgow Rangers, il Falrick, l’Ayr United, l’East Stirling, il St. Mirren. Fino al ’75, poi basta. A 34 anni niente più botte agli avversari, niente liti in campo. Il ritorno a Govan, al pub che aveva acquistato qualche anno prima (chiamandolo proprio “Fergie’s”). Tre anni più tardi, la svolta: Alex fu contattato da una squadra all’epoca piccola e senza pretese, l’Aberdeen.

I dirigenti del club in crisi l’avevano notato una volta sulla panchina del St. Mirren: perché, nonostante il pub, mister Ferguson il calcio non l’aveva mai abbandonato del tutto. Aveva smesso di giocare, ma per tre anni aveva accettato di restare alle dipendenze della società per cominciare la carriera di allenatore. Ora arrivavano questi signori a chiedergli di mollare Govan: “Alexander, hai 37 anni, sei giovane. Noi abbiamo bisogno di uno senza grosse pretese, ma che abbia voglia di far tornare questa squadra a livelli accettabili“. Otto anni dopo l’Aberdeen aveva vinto tre volte il campionato di prima divisione scozzese. Un mezzo miracolo in un torneo nel quale l’albo d’oro era storicamente affare a due: Rangers o Celtic, Celtic o Rangers. Nell’83 l’altra metà del miracolo: la Coppa delle Coppe, contro il Real Madrid.

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Sir Alex portato in trionfo dai tifosi dell’Aberdeen dopo la conquista della Coppa delle Coppe. fonte: dailymail.co.uk

Aveva portato il club di Aberdeen in cima all’Europa e, oramai, la sua nomea si stava diffondendo in tutta Europa. Dopo la parentesi del Mondiale ’86 alla guida della Scozia (eliminato al primo turno), arrivò la proposta che avrebbe segnato futuro e carriera. Il Manchester United decise infatti di puntare sul 45enne ex-Aberdeen per il proprio progetto di rilancio: fu per entrambi la scelta migliore.

Quella squadra non vinceva nulla dalla fine degli anni ’60, dall’epoca di George Best (uno dei prossimi appuntamenti della nostra rubrica) e di Bobby Charlton. Da quando è arrivato lui, ha conquistato il mondo. I “Fergie boys”, li hanno chiamati: la generazione dei Giggs, dei Butt, degli Scholes, dei Beckham, dei fratelli Neville. E poi ancora dei Van Nistelrooy, dei Rooney e dei Cristiano Ronaldo. Tutti ragazzi cresciuti con le sfuriate di “hairdryer”. Gli saranno in eterno debitori.

Quelli che lui, in una sera di maggio del 1999, ha fatto arrivare in paradiso, passando da Barcellona. Finale di Champions League, contro il Bayern Monaco. All’87’ i tedeschi stanno vincendo 1-0, Ferguson ha appena mandato in campo Sheringam e Solskjaer. Il Manchester non ha fatto un tiro in porta. Primo minuto di recupero, corner, mischia, gol: pareggio. Supplementari. Altro corner, mischia, gol: 2-1. Manchester campione d’Europa: hanno segnato Sheringam e Solskjaer. Sarà stata anche fortuna, ma uno che azzecca una mossa del genere entra dritto nei manuali.

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Ferguson festeggia la prima Champions League alla guida dello United, nel 1999. fonte: mirror.co.uk

Lui, Alex, grazie a quel colpo è diventato qualcosa di più. In ginocchio davanti a Elisabetta II, la spada sulla spalla destra: “Alzatevi, Sir Alex. Le parole della storia, quelle che un vero scozzese non accetterebbe: “Ma il medioevo è passato da molti secoli, io sono contento di essere diventato Sir Ferguson“. Passi la prima parte della frase, ma la seconda nessuno gliela ha fatta passar liscia: Sir Ferguson, una gaffe mostruosa. Perché il titolo di cavaliere anticipa il nome, mai il cognome. “Sì, ma io vengo da Govan“.

La vera forza di Alex Ferguson è stata la convinzione di poter vincere superando qualsiasi limite, convincendo i propri ragazzi che niente fosse impossibile e riuscendo a caricarli nonostante anni e anni di successi. Non è facile rimanere costanti per così tanto tempo, è tremendamente difficile riconfermarsi più e più volte dopo aver stravinto contro qualsiasi avversario, in campo e fuori. È questa la vera differenza tra Alex Ferguson e il resto degli allenatori, la capacità di rinnovarsi e rinnovare un gruppo ripartendo ogni volta da zero, con gli stessi principi morali, tecnici e tattici, con la forza e la spensieratezza del giovane allenatore in grado di portare al successo il piccolo Aberdeen.

Ferguson non è stato un allenatore qualunque, ma un manager a tuttotondo, capace di ribaltare e rivoltare una squadra da capo a coda per avere sempre il 110% da tutti i suoi ragazzi, un osservatore in grado di essere lungimirante sul mercato come pochi in questo sport e di prevedere il futuro e programmare le sorti di un’ intera stagione.

I primi anni 2000 coincisero con l’arrivo nel calcio inglese di alcuni magnati internazionali pronti a dare battaglia e scalare le gerarchie della Premier League. Nei primi cinque anni del nuovo millennio Ferguson doveva affrontare non solo l’Arsenal di Arsene Wenger ma anche i nuovi rivali del Chelsea diventati, grazie a Roman Abramovich, una superpotenza economica in grado di competere ad altissimi livelli. Con l’arrivo di José Mourinho sulla panchina dei Blues, lo United è costretto per un paio d’anni a digiunare e riprogrammare. Con Ferguson in panchina, però, tutti sapevano che si trattava solo un periodo di transizione.

Dal 2003 al 2006 arrivaronno in squadra rinforzi di primo livello in ogni reparto: in porta l’olandese Van Der Sar, in difesa Rio Ferdinand, Nemanja Vidic e Gabriel Heinze, a centrocampo Park Ji Sung e Michael Carrick e in attacco Luis Saha, Wayne Rooney e un giovane portoghese molto promettente che risponde al nome di Cristiano Ronaldo.

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La seconda Champions League con lo United. fonte: mirror.co.uk

Nel successivo triennio Ferguson ristabilì le gerarchie in patria e fuori: dal 2006 al 2009 arrivarono tre titoli su tre per il Red Devils. La squadra nel 2007-2008 conquistò anche la seconda Champions League dell’era Ferguson che in seguito dichiarerà di non aver mai allenato una squadra tanto forte come quella della finale vinta ai rigori contro il Chelsea. L’anno successivo arrivò un altro titolo in rimonta, ma stavolta la cavalcata europea si dovette fermare in finale, sconfitto dal Barcellona di Pep Guardiola.

Gli anni dei grandi successi del Manchester United sembrarono terminare nella stagione 2009-2010. La cessione di Cristiano Ronaldo al Real Madrid e le difficoltà economiche della famiglia Glazer (i vecchi proprietari del club) non riuscirono però ad abbattere la calma e la freddazza di Ferguson. Il tecnico, anche senza spese eclatanti sul mercato, riuscì ad ottenere un secondo posto alle spalle del Chelsea in quella stagione e a conquistare il titolo l’anno successivo. Questa fu vittoria storica poiché il Manchester United raggiunse quota 19 scudetti, superando definitivamente il Liverpool rimasto a quota 18.

L’unica delusione, in un’altra grande stagione, fu la sconfitta ancora per mano del Barcellona nella finale di Champions League a Wembley. Siamo arrivati quasi ai giorni nostri: nel 2011/2012 il Manchester United perse il campionato all’ultima giornata in favore dei cugini del Manchester City grazie al gol di Aguero negli ultimi secondi del recupero del match casalingo contro il QPR. Ferguson ha capito che ormai il suo percorso leggendario e i suoi 26 anni alla guida del Manchester United stavano per terminare, ma non ha alcuna intenzione di lasciare il suo amato club con uno smacco così grande. Dal mercato estivo arrivarono Kagawa e l’olandese Robin Van Persie e qualche mese dopo il Manchester United conquistò il suo ventesimo titolo di campione d’Inghilterra.

Qualche giorno più tardi, arrivò l’abdicazione: Sir Alex Ferguson lasciò il suo Manchester United, che allenava dal novembre del 1986. L’ansia per il suo ritiro in Inghilterra è sempre stata relativa. Resta imbattuto il record di Guy Roux che allenò l’Auxerre dal 1961 al 2005, è stato raggiunto invece quello dei 26 anni di David Calderhead, al Chelsea tra il 1907 e il 1933. In ogni caso, un’eternità.

Nella sua carriera da allenatore, ha vinto per 13 volte la Premier League, 5 volte la Coppa d’Inghilterra, 4 volte la Coppa di Lega Inglese, 10 Community Shield, 2 Champions League, 2 Coppa delle Coppe, 2 volte la Supercoppa UEFA, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Coppa del Mondo per Club, 3 volte il Campionato scozzese e altri svariati titoli, per un totale di 49 trofei conquistati. Il socialista di Govan è diventato l’allenatore più vincente di sempre. 

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La statua di Sir Alex Ferguson collocata fuori dall’Old Trafford. fonte: dailymail.co.uk

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