Caso Bellomo: in minigonna o niente borsa di studio. Il Magistrato: “Io un genio. Non mi faccio processare”

Il Consigliere di Stato rigetta le accuse ritenute un giudizio morale. Ma, intanto, continuano a rincorrersi le rivelazioni da parte delle sue ex allieve.

In un’epoca di falsi bigotti alla morbosa ricerca dell’orco di turno, va quotidianamente montando, con crescente dovizia di particolari, talvolta anche piccanti, il sexgate che ha coinvolto il Consigliere di Stato Francesco Bellomo.

Enfant prodige della giustizia italiana, il magistrato pugliese è, dal 2005, Consigliere presso il massimo organo di giustizia amministrativa, nonché direttore scientifico presso la scuola privata di preparazione al concorso per magistratura “Diritto e Scienza“. Personaggio alquanto bizzarro e sopra le righe, che si definisce pubblicamente un genio, paragonandosi ad Einstein, per gli attacchi subiti a causa delle sue idee, e che nella propria biografia specifica di esser dotato di un Q.I. notevolmente superiore a quello della media mondiale, Bellomo è, però, finito nell’occhio del ciclone per aver “costretto”alcune allieve della propria scuola, assegnatarie di una borsa di studio pari all’intero costo del corso, a presentarsi a lezione in abiti succinti e tacchi a spillo, pretendendo, inoltre, che le stesse non fossero sposate.

Foto che ritrae Bellomo con alcune borsiste. Tratta da: affaritaliani.it
Foto che ritrae Bellomo con alcune borsiste. Tratta da: affaritaliani.it

Il caso, oggi posto sotto la lente dalla Procura di Bari, nasce alla fine del 2016, quando il padre di un’allieva denuncia alla Procura di Piacenza la condotta del Consigliere, dando, così, avvio a un provvedimento disciplinare nei confronti dello stesso. La vicenda coinvolge, peraltro, anche un P.M., il trentanovenne padovano Davide Nalin, specializzato in reati a sfondo sessuale e contro le donne e collaboratore dello stesso Bellomo. Il magistrato pare, infatti, abbia svolto il ruolo di mediatore tra la studentessa piacentina e il direttore della scuola, lamentatosi col collega delle resistenze mostrate dall’allieva dinanzi alla sua “legittima” richiesta di inviare sue foto intime. A Bellomo è stato vietato di svolgere attività di docenza ed è anche già partita, lo scorso 27 ottobre, la richiesta di destituzione. Per Nalin si ipotizza, invece, la sospensione dall’incarico.

I fatti denunciati, per quanto surreali, come confermato alla nostra redazione da alcuni corsisti, hanno ben poco di fantasioso, essendo, infatti, noto a tutti gli allievi della scuola “Diritto e Scienza” non solo l’abbigliamento delle borsiste ma anche che le stesse intrattenessero rapporti intimi con il docente, peraltro divulgati nella “rivista scientifica” consigliata a lezione.

Senza trascendere in, pur comprensibili, giudizi morali va, invero, precisato che la vicenda ha ben poco in comune con il caso Weinstein. Le borsiste, assolutamente consenzienti, non subivano, infatti, alcuna violenza, fisica o psichica, da parte di Bellomo, che, in caso di rifiuto, non riservava loro trattamenti discriminatori né poteva, in alcun modo, precludere l’accesso alla carriera giudiziaria. Sarà, invece, oggetto di accertamento da parte della Procura barese l’eventuale istigazione alla prostituzione, posto che, se si riscontrasse un collegamento tra le prestazioni sessuali e l’erogazione della borsa di studio, ci si troverebbe dinanzi a un rapporto di illecito dare-avere.

Ciò che, di certo, lascia perplessi è che anche una funzione così delicata qual è quella della magistratura sia, ormai, stata infangata da queste discutibili abitudini, che fanno ripensare alle parole di Giovenale, che si chiedeva: “Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?”

 

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