DARK: la nuova serie Netflix è un enigma tra passato e futuro

La recensione della prima serie tedesca targata Netflix. NO SPOILER, solo qualche anticipazione.

DARK è il titolo della prima serie originale di Netflix interamente prodotta in Germania, disponibile in streaming dall’1 dicembre. È ambientata nella cittadina di Winden, sita nei pressi di una centrale nucleare prossima alla chiusura. Un luogo in cui, almeno in apparenza, “non succede mai nulla”.

Ma è il 4 Novembre del 2019 quando un bambino, Mikkel Nielsen, sparisce di notte. Le immediate ricerche del padre Ulrich, aiutato da Charlotte Doppler e dagli altri colleghi del dipartimento di polizia, non danno i risultati sperati, come successo esattamente due settimane prima con la scomparsa di un altro ragazzo, Erik Obendorf.

Dark immagine Netflix 04

Se ci fermassimo a questa sinossi, non potremmo certamente biasimare chi, una volta che i primi trailer sono apparsi in rete, ha pensato di avere davanti agli occhi una versione più spaventosa e meno fantasiosa di Stranger Things. Basta però addentrarsi leggermente nell’universo di Dark per capire come non sia affatto così. Se nella prima stagione della serie dei fratelli Duffer gli spettatori non fanno altro che domandarsi “Dove si trova Will?”, la serie di Baran Bo Odar procede di episodio in episodio insinuando il dubbio che il vero quesito da porsi non sia “dove”, ma “quando“. Infatti, si arriva presto a scoprire che 33 anni prima, nel 1986, un altro bambino è sparito senza lasciare traccia: si tratta di Mads Nielsen, fratello di Ulrich (il padre di Mikkel). Il caso è rimasto senza soluzione e il dolore per l’assenza del ragazzo si è confinato pian piano tra le mura di casa Nielsen, consumando la madre e rendendo il padre apatico.

 

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È con questo primo immediato parallelismo che comprendiamo che il tema del tempo sia il fulcro della serie. Tra tradimenti, disperazione e alcune figure misteriose che si aggirano nella notte, la soluzione dell’enigma della scomparsa sembra infatti collegato ad una strana attività spazio-temporale che permette di spostarsi avanti e indietro nel tempo. Dark, a questo punto, evolve con gli interrogativi tipici delle produzioni letterarie e cinematografiche che trattano il tema dei viaggi temporali. Si può cambiare il passato? Se sì, quali sono le ripercussioni sul futuro? Tutto è già scritto oppure c’è una concreta possibilità di esercitare una parvenza di libero arbitrio? Che ruolo hanno i ricordi?

Più si procede con gli episodi, più “la distinzione tra passato, presente e futuro” si dimostra “un’illusione ostinatamente persistente”, come aveva teorizzato Albert Einstein. Altro elemento che sicuramente giova alla storia e alle atmosfere di Dark è la location: dai boschi, alle cittadine di provincia in stile Twin Peaks fino alle fabbriche posizionate in mezzo al nulla. I ripetuti temporali inoltre offuscano lo sfondo e contribuiscono a far immergere ancor di più il lettore nell’oscurità di Winden.

I numerosi rimandi alla teoria del wormhole (ponte di Einstein – Rosen) e alla visione dell’eterno ritorno dell’uguale proposto da Nietzsche rendono la serie un mezzo per riflettere sul destino, sulla fede e sul nostro ruolo di pedine sulla grande scacchiera del mondo, così come sul tema di passato, presente e futuro che si influenzano a vicenda. Senza passato non esisterebbe il futuro e allo stesso tempo non esisterebbe il passato se il futuro fosse collocato in un’altra dimensione temporale. Se dal punto di vista tecnico e stilistico tutto si amalgama perfettamente con i temi trattati, la speranza per la seconda stagione è quella di una maggiore originalità nella scrittura della sceneggiatura, la pecca principale di questi primi dieci episodi che, se dovesse ripetersi, a lungo andare potrebbe portare lo spettatore ad annoiarsi.

Adesso, come i protagonisti della serie, quello che c’è da chiedersi è “quando” verranno rilasciati i nuovi episodi. Il finale “aperto” ha provocato nell’immediato quell’hype tipico delle grandi attese per le grandi serie: non resta che attendere.

 

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