Il tema della gratuità degli studi universitari è di certo uno dei più accesi e dibattuti in questo momento nel Belpaese. La proposta avanzata da Liberi e Uguali ha sollevato un’energica opposizione, da parte del Partito Democratico in primis. Ciò che si contesta alla proposta avanzata dalla lista di Pietro Grasso si lega anzitutto ai dati OCSE, che collocano il nostro Paese al di sotto della media europea relativa alle tasse universitarie. In effetti, in Italia uno studente universitario paga in media poco meno di 2000 dollari all’anno, a differenza di altri paesi europei, come Spagna, Olanda, Francia, che richiedono contributi più alti. Un’altra critica avanzata alla proposta di Liberi e Uguali è quella per cui “L’Italia non avrebbe bisogno di altri laureati”.

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Pietro Grasso.

In realtà, volendo scandagliare la questione sulla base di dati tangibili, il Rapporto OCSE sull’istruzione in Italia, pubblicato nel mese di settembre dello scorso anno, traccia un quadro non proprio elettrizzante. L’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha infatti messo alla luce degli aspetti drammatici legati all’istruzione nel Belpaese: solo il 18% degli italiani possiede un diploma di laurea, contro la media europea del 37%. E come se non bastasse, l’Italia si colloca al penultimo posto nella classifica dei 35 paesi più importanti del mondo. Dopo di noi soltanto il Messico. Un altro problema del sistema universitario italiano appare connesso alla scelta dei corsi di studio: una traboccante propensione per gli studi umanistici – secondo l’Ocse – sarebbe in collisione con i bisogni dell’economia. Ciò determina una situazione a dir poco contraddittoria: le prospettive di lavoro per i laureati sono inferiori a quelle dei diplomati.

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Allarmante, poi, la percentuale dei NEET (acronimo inglese di Not (engaged) in education, employment or training), ossia i giovani che non realizzano alcun percorso formativo e non hanno un posto di lavoro. Fa paura pensare che un giovane su quattro (26%) in Italia non è occupato e non studia. Stiamo parlando di un Paese che nel 2014 ha destinato all’istruzione il 4% del Prodotto Interno Lordo, contro il 5,2% della media Ocse.

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Al di là della proposta di Pietro Grasso, al di là delle sue effettive possibilità di realizzazione, l’obiezione in base alla quale “L’Italia non ha bisogno di laureati” urta con i principi assiologicamente intangibili del nostro ordinamento giuridico, principi che collocano l’istruzione tra i fondamenti della nostra Repubblica.

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