Cambiamo il calcio


Qualche giorno fa Damiano Tommasi, candidato per il ruolo di Presidente della FIGC alle prossime elezioni, ha scritto sul suo profilo ufficiale Twitter «Mandatemi attraverso i social le vostre idee per il calcio che verrà. Le tre che otterranno il maggior consenso mi impegnerò, da presidente Figc, a valutarne la fattibilità e a portarle avanti…», identificato con l’hashtag #cambiamoilcalcio.

 

Qualche idea al riguardo:

 

Cambiare la formula della Tim Cup

Cambiare la formula della Coppa Italia, o Tim Cup, rendendola più attraente per gli sponsor e per gli spettatori gli stakeholder principali dei football clube di conseguenza, più competitiva.

Il trofeo ha perso il suo prestigio e negli ultimi anni la coppa nazionale sembra rappresentare quasi un “peso” per le big che sono in lotta per il titolo, anche perché il ritorno economico connesso alla vittoria del trofeo è poco rilevante.

Le società non dispongono, Juventus a parte, di rose ampie ed all’altezza per poter competere su più fronti e l’edizione in corso ne è un esempio: basti pensare al fatto che Napoli, Roma ed Inter sono state eliminate già ai quarti di finale. Si potrebbe prendere spunto dalla formula inglese dalla FA Cup, un torneo ad eliminazione diretta con accoppiamenti casuali e dunque senza la presenza di teste di serie, in cui viene effettuato un sorteggio che determina quale delle due squadre giochi in casa; inoltre, qualora l’incontro termini con un risultato di parità, verrebbe disputata una gara di ritorno sul campo dell’altra squadra (se anche qui finisse in pareggio a decretare il vincitore sarebbero i calci di rigore). La Football Associations ha deciso di introdurre, dalla passata stagione sportiva, il quarto cambio in caso di supplementari; addirittura in alcuni campionati vi sono due coppe nazionali: es. League Cup Carabao Cup per motivi di sponsorizzazione e The Emirates FA Cup in Inghilterra, Coupe de Ligue e Coupe de France in Francia.

 

Lo stadio di proprietà

Nodo cruciale per lo sviluppo del calcio in Italia potrebbe essere la privatizzazione degli stadi (anche se le responsabilità ed i poteri della Federazione a riguardo sono limitati).

Lo stadio di proprietà dei football club utilizzabile 7 giorni su 7 produrrebbe aumenti di ricavi non indifferenti derivanti dalla vendita di biglietti: con un’infrastruttura all’avanguardia, nuova e tecnologicamente avanzata i tifosi avrebbero ancora più stimoli ad assistere dal vivo alle gare del loro club preferito.

Non solo: aumenterebbero anche gli introiti derivanti dalle sponsorizzazioni, poiché sono sempre più frequenti i casi in cui uno sponsor decide di  brandizzare proprio lo stadio (su tutti si vedano l’Emirates Stadium di Londra, l’Allianz Arena di Monaco di Baviera, l’Allianz Stadium di Torino). Aumenterebbero anche i proventi scaturenti dallo sfruttamento delle attività commerciali all’interno dello stadio e dall’organizzazione di mostre, tour ed eventipost stagione calcisticaquali posso essere ad esempio i concerti.

Lo stadio di proprietà comunale rappresenta un costo fisso che grava sul bilancio del club: basti pensare che nelle casse del Giuseppe Meazza (San Siro), nel 2016, il Milan e l’Inter abbiano versato come quota di affitto dello stadio 9.905.082 euro (di cui 7 milioni di base per il contratto con le due società, altri 754mila euro per l’indicizzazione ISTAT e altri 2,1 milioni a titolo di riaddebito dei costi vivi sostenuti per le partite).

Le infrastrutture presenti nel Bel Paese sono vetuste, alcune secolari (il Renato Dall’Ara di Bologna, l’Ennio Tardini di Parma tra i tanti), semi-deserte e dunque poco attrattive per sponsor e tifosi. Perché uno sponsor dovrebbe investire in pubblicità in uno stadio che non attira nemmeno i propri tifosi?

Inoltre, è la stessa UEFA ad incentivare la privatizzazione degli stadi, in quanto il costo che il club sosterrebbe per la costruzione dell’infrastruttura non verrebbe conteggiato nel calcolo del break-even del Financial Fair Play.

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Riformulare e ponderare il c.d. “premio paracadute”

Per aumentare la competitività in zona retrocessione si potrebbe pensare alla rimodulazione e ponderazione del c.d. “premio paracadute”, destinato alle squadre retrocesse dalla Serie A alla Serie B, in modo tale che in alcuni casi si riduca la “convenienza economica” a tornare nella serie cadetta.

L’erogazione del paracadute è commisurata a due fattori:

  • il numero di campionati di Serie A che il club retrocesso ha disputato;
  • il numero di campionati di Serie B che il club retrocesso disputerà.

 

Il contributo economico erogato dalla Serie A e destinato alle squadre retrocesse col fine di alleviare l’impatto con i minori introiti derivanti dalla partecipazione a serie minori ammontava, dal 2010 al 2015, ad un massimo di 30 milioni di euro; dal 2015/16 c’è stato un raddoppio del paracadute che ammonta a 60 milioni suddivisi come segue:

  • 25 milioni alla squadra che ha disputato la Serie A tre volte nelle ultime quattro stagioni;
  • 15 milioni alla squadra che ha disputato la Serie A due volte nelle ultime tre stagioni;
  • 10 milioni alla squadra che ha disputato la Serie A una sola volte nelle ultime tre stagioni;
  • qualora si verifichi il caso in cui vi sia una quota residuale questa verrà destinata al club retrocesso che abbia 3 anni di anzianità in Serie A qualora esso non venga immediatamente promosso.

 

Viste le cifre si può supporre che, in taluni casi, sia economicamente conveniente retrocedere. Una ponderazione di tale contributo potrebbe rappresentare quindi un forte stimolo per rivivere quelle lotte salvezza alle quali il pubblico era abituato anni fa.

 

Garanzie per i calciatori italiani e “Squadre B”

Visti i recenti numeri (rectius: insuccessi) del calcio italiano si potrebbe pensare ad un vincolo imposto dalla Lega secondo il quale le società partecipanti alla massima competizione abbiano l’obbligo di disporre di un determinato numero di calciatori italiani in rosa.

I campioni italiani sono sempre più rari ed un vincolo simile potrebbe essere d’aiuto per la crescita e lo sviluppo dei giovani talenti azzurri.

La disfatta mondiale dovrebbe aiutare a capire quanto il nostro calcio è indietro rispetto ad altri Paesi. Nel nostro Paese non nasce più un top player da anni, “non esistono più calciatori italiani in grado di fare la differenza. L’ultimo fuoriclasse nato nel Bel Paese è Pirlo, anno di nascita 1979. Non c’è stato un ricambio generazionale, non nascono più i Pirlo, i Buffon, i Nesta, i Maldini, i Gattuso, i Del Piero, i Totti, i Baggio, gli Inzaghi”, e dunque se i club pensassero a produrre e sviluppare giovani talenti nelle loro “cantere”, piuttosto che ricercarli all’estero, si avrebbe nel medio periodo quel ricambio generazionale che il nostro calcio necessita da anni.

Si potrebbe così assicurare ai giovani, e non solo, calciatori  italiani un certo minutaggio, consentendo loro di maturare l’esperienza necessaria per riuscire ad incidere anche a livello europeo e soprattutto con la maglia azzurra.

In tale prospettiva la proposta avanzata da Damiano Tommasi diretta a consentire – come già avviene, con varie formule, in altre leghe europee (Germania, Francia e Spagna su tutte) la partecipazione al campionato di LegaPro per le “squadre B” o “seconde squadre” dei club di Serie A costituirebbe un efficace strumento per lo sviluppo ed il monitoraggio dei giovani calciatori.

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