Outsider – Speciale Giorno della Memoria: Árpád Weisz

La storia di Árpád Weisz, allenatore di origine ebraica, vittima dell'Olocausto.

Oggi è la Giornata della Memoria, il giorno in cui si ricordano le vittime dell’Olocausto, del nazismo e del fascismo. Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono nei pressi della città polacca di Auschwitz scoprendo l’enorme campo di concentramento e sterminio utilizzato nel corso del genocidio nazista. In quella data, dunque, finì ufficialmente il più grande omicidio di massa della storia avvenuto in un unico luogo: è stato calcolato che ad Auschwitz morirono più persone che in qualsiasi altro campo di concentramento nazista. Sui numeri non ci sono certezze, ma secondo i dati dell’US Holocaust Memorial Museum, le SS tedesche uccisero almeno 960mila ebrei, 74 mila polacchi, 21mila rom, 15mila prigionieri di guerra sovietici e 10 mila persone di altre nazionalità. Tra questi, vi furono numerosi personaggi illustri: poeti, artisti, scienziati e, naturalmente, sportivi. Árpád Weisz, uno dei migliori allenatori d’Europa, si ritrovò catapultato in questa realtà, una realtà fatta di divieti e limitazioni che non ti permettono di vivere tranquillamente, che non ti permettono di farti lavorare nell’ambiente che il destino ti ha cucito su misura: il calcio.

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Ma riavvolgiamo per un istante il nastro della storia e partiamo dal 1924, anno in cui Weisz approda in Italia in qualità di calciatore, tra l’altro di buon livello: ala sinistra, figlio di quell’universo calcistico ungherese che è stato il centro gravitazionale del mondo del pallone per decenni. Il prodotto massimo, un insieme di stelle, era appunto la Nazionale magiara, per la quale Weisz aveva giocato alcune partite.
Si accasa al Padova, ma viene subito notato dall’Internazionale, qualche anno dopo denominata Ambrosiana. A Milano, Árpád trova una seconda casa. La sua esperienza da giocatore neroazzurro dura solamente una stagione, quella del 1925/1926; dopo diversi problemi al ginocchio sinistro, infatti, decide di andare per alcuni mesi in Uruguay (altra terra magica del calcio in quei decenni).

La sua carriera termina definitivamente al suo rientro in Italia, ma quel vestito, il vestito da esperto e amante del football, non se lo toglie assolutamente. L’Alessandria lo accoglie come allenatore, giovanissimo. Dopo un anno, nel 1927, ecco ancora l’Inter: del resto, lascia già intravedere indubbie qualità. Proprio quelle qualità che gli permetteranno di vincere uno scudetto, il primo della sua carriera ed il primo per la squadra meneghina a girone unico nella stagione 1929/1930. Solo due anni prima, su consiglio di un’altra grande figura del calcio italiano e centravanti dell’Inter, Fulvio Bernardini, Weisz aveva messo gli occhi su un certo Giuseppe Meazza, un ragazzino delle giovanili che incantava tutti con il pallone fra i piedi. Ebbene, gli aveva dato fiducia e una maglia da titolare: la storia aveva aperto le porte ad uno degli attaccanti più forti del calcio nostrano.

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Nel 1930 Árpád Weisz scrive, insieme ad Aldo Molinari, il manuale intitolato “Il giuoco del calcio”, con la prefazione di Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale italiana campione del mondo per ben due volte di seguito nel decennio che sta per cominciare. Weisz, da sempre attento alla tattica, con questo libro aggiunge un altro mattoncino che contribuisce ancor più alla costruzione della sua figura di grande esperto del football.
Nel primo lustro degli anni Trenta Weisz siede sulle panchine di Ambrosiana, Bari e Novara. In Puglia ottiene una salvezza importantissima nella massima serie, in Piemonte, in serie B, la sua squadra riesce a stabilirsi nelle prime posizioni in classifica.

Ma nel 1935 il destino calcistico di Weisz si colora di rossoblu: è il Bologna di Renato Dall’Ara ad offrirgli la panchina di un club voglioso di tornare ad alti livelli. Una scelta quantomai azzeccata: nelle stagioni 1935/1936 e 1936/1937 i ragazzi di Weisz vincono due scudetti, spezzando il dominio della Juventus vincitrice di cinque campionati di fila. Non finisce qui. Nel 1937 il Bologna trionfa anche in Europa, nel prestigioso Torneo dell’Esposizione Universale a Parigi, un antenato della Champions League. C’è di più: in finale i rossoblu battono gli inglesi del Chelsea con un risultato sorprendente: uno schiacciante 4-1, una perfetta lezione di calcio a chi, quello sport, si vantava di averlo inventato.
La palma del miglior allenatore europeo è sua. Árpád Weisz, autentico maestro di calcio, colui che per primo ha introdotto i ritiri, così com’è il primo allenatore ad essere fianco a fianco ai calciatori durante la preparazione atletica (cosa inusuale all’epoca) e ad interessarsi alla loro alimentazione. Praticamente, la modernità calcistica fatta persona.

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La stagione 1937/1938 vede il Bologna, campione d’Italia in carica, piazzarsi al quinto posto in classifica, a quattro punti dall’Ambrosiana. La squadra però è forte ed è pronta a ricominciare un’altra annata e viverla da protagonista. Mentre l’Italia di Pozzo conquista la Coppa del Mondo in Francia (una coppa caratterizzata da polemiche legate soprattutto alla situazione politica italiana), le prime nubi cominciano ad apparire all’orizzonte della vita di Árpád Weisz. Quelle nubi, di lì a poco, si trasformeranno in qualcosa di tremendamente tangibile, qualcosa che assumerà forma con le leggi razziali e di una stella gialla cucita sul proprio cappotto nero. Da quella stella gialla non si scappa: significa che sei ebreo, e in quanto tale sei costretto a subire innumerevoli restrizioni o, ancor peggio, costretto a lasciare il paese.

Quel maledetto decreto, precisamente il numero 1381, quello che riguarda gli ebrei stranieri, dice: “È fatto divieto agli stranieri ebrei di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei possedimenti dell’Egeo; Revoca della cittadinanza italiana concessa a stranieri ebrei posteriormente al primo gennaio 1919; Obbligo per gli stranieri ebrei che fossero insediati in Italia dopo l’1/1/1919 di abbandonare questi territori entro sei mesi, dopo i quali sarebbero stati espulsi”. Oltre il danno, c’è anche la beffa. Perché il 31 agosto 1938 Mussolini in persona cambiò la data sul decreto: inizialmente, infatti, gli ebrei insediati nel Paese dopo il 1933 dovevano abbandonarlo. Ma il Duce modificò irrimediabilmente: 1919. Árpád Weisz era arrivato a Padova nel 1924.

Da quel 16 ottobre 1938, ultima panchina bolognese, comincia l’inverno lungo sei anni. Arrivano le sue dimissioni. Bologna, la città che tanto lo ha osannato ed amato, adesso è diventato un posto dove non si può più vivere. Il mondo della famiglia Weisz crolla all’improvviso: le fondamenta, rappresentate dagli amici stretti e dai vicini di casa, sono le ultime ad abbandonarli, giocoforza. I Weisz devono lasciare la città prima ed il paese poi. Sappiamo per certo che è il 10 gennaio del 1939 il giorno in cui la famiglia varca il confine per non farvi più ritorno. La meta è Parigi. L’inverno lì è più duro rispetto a quello bolognese e lo è ancor più metaforicamente: Árpád, il più grande allenatore del momento, è disoccupato. Mantenere una famiglia senza una fissa dimora e senza un lavoro rappresenta una sfida non di poco conto, anche per colui che è abituato a vincerle, le sfide, con la sua intelligenza e tenacia.

I primi mesi nella capitale francese sono difficili, li ospita un albergo e l’atmosfera generale comincia a farsi un po’ pesante: l’antisemitismo non conosce confini. Ma ecco che dalla vicina Olanda sembra prospettarsi un’alternativa che può far respirare Arpad e la sua famiglia. Una delle più antiche squadre di calcio olandesi, il Dordrecht, gli offre la panchina. Il club, di certo non paragonabile a giganti come Ajax, PSV Eindhoven o Feyenoord, può essere una via d’uscita da una situazione che sta facendosi sempre più tragica. Non ci pensa due volte l’ex mister di Inter e Bologna, e comincia un’altra avventura calcistica. Nel 1938/1939 la squadra riesce a salvarsi, mentre l’anno successivo strappa un miracoloso quinto posto, battendo anche il Feyenoord per 1-0.
Purtroppo la Germania nazista non si ferma e decide, in un’altra guerra lampo, di invadere l’Olanda. Siamo nel maggio del 1940. Weisz rimane ancora un anno sulla panchina del Dordrecht, agguantando nuovamente il quinto posto. Ma nel settembre del 1941 gli ebrei non possono più esercitare la loro professione e ciò significa che anche Árpád deve lasciare la panchina della sua squadra. Già, l’inverno dell’anima, cominciato a Bologna alcuni anni prima, sembra davvero non finire mai.

In qualche modo i Weisz riescono a resistere, a sopravvivere per alcuni mesi nella piccola città olandese. Ma nell’agosto del 1942, i quattro vengono rastrellati e spediti al campo di concentramento di Westerbork. È solo una meta di passaggio. A ottobre la famiglia viene trasferita ad Auschwitz. Da lì, Ilona, Roberto e Clara non usciranno più: entreranno dopo pochi giorni nelle camere a gas. Árpád invece passerà gli ultimi mesi della sua vita in un campo di lavoro in Alta Slesia. Il 31 gennaio del 1944 troverà anche lui la morte nelle camere a gas di Auschwitz.

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La storia di Árpád Weisz è magistralmente raccontata da Federico Buffa in una puntata della trasmissione “Buffa racconta…”:

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