I 50 anni di Architettura: Intervista ai Docenti Antonello Russo ed Ettore Rocca

La mostra, ospitata presso la Galleria di Palazzo San Giorgio, potrà essere visitata fino a domenica 25 febbraio.

50 anni e 41 metri. Lo definiscono un lavoro critico, un lavoro scientifico, creativo, un lavoro che travalica i confini del nostro territorio.
È l’esposizione organizzata dal Dipartimento di Architettura e Territorio del nostro Ateneo reggino, un’affluenza straordinaria, forse aiutato dal luogo che la ospita, o forse – quasi sicuramente – aiutato dalla curiosità dei reggini di conoscere e scoprire le attività che si svolgono all’interno del proprio Ateneo. Si tratta di una mostra attraverso cui i reggini hanno la possibilità di maturare piena consapevolezza sull’importanza che l’architettura riveste in un contesto socio-culturale come quello odierno. È proprio la “fame di architettura” che riuscirà a riportare in una città come Reggio la cultura del bello. Solo attraverso l’arte è possibile riscattare la bellezza di questa città. Proprio per questo risulta fondamentale stringere un legame più incisivo tra la Città e la facoltà di architettura dell’Ateneo reggino: questo connubio sembra essere l’unico espediente per cercare di risolvere i problemi che attanagliano un contesto – a detta di tutti – “abbandonato a se stesso”.
“Sono studente di architettura e molte volte sento sminuire il mio lavoro, il mio studio, le mie ricerche con un semplice: ‘va be’ l’importante che fai due disegni e la materie è data!’”. Ecco questo è il momento di andare a scoprire cosa c’è dietro a quei “due disegni”.

Per l’occasione ho incontrato i professori che hanno contribuito all’organizzazione dell’evento, Prof. Antonello Russo e Prof. Ettore Rocca.

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Come nasce l’idea di questa esposizione?
AR: Il primo pensiero si forma già a luglio dello scorso anno. Ad una riunione della Commissione per le Attività culturali del Dipartimento di Architettura e Territorio (dArTe), che ricordo è composta da Gianfranco Neri, Massimo Lauria, Ettore Rocca, Roberto Morabito, Angela Quattrocchi e da me, accettammo tutti di buon grado il proposito di Ettore Rocca di realizzare un evento fuori dalla Cittadella Universitaria. L’occasione avrebbe potuto celebrare i cinquant’anni dalla nascita dell’istituto di Architettura a Reggio Calabria con una manifestazione che avrebbe dovuto coinvolgere la cittadinanza e, contestualmente, dare contezza del lavoro svolto nelle aule universitarie. Già allora decidemmo di legarlo a doppio filo all’organizzazione della due giorni di ottobre: l’Open/Every Day dArTe che ormai da più anni si svolge nel plesso didattico di Architettura. In seguito, incontrandoci anche con i delegati all’orientamento, Daniele Colistra e Marinella Arena, abbiamo dato seguito all’idea.

Che importanza assume la Facoltà di architettura per la città di Reggio Calabria?
ER: Si dovrebbe forse dire “che importanza dovrebbe assumere”, perché purtroppo, a mio avviso, Architettura ha inciso troppo poco sulla città di Reggio in questi cinquant’anni. E forse le responsabilità sono di entrambe le parti. La città non ha saputo finora valersi a sufficienza delle competenze e delle idee elaborate da docenti e studenti di Architettura; Architettura non ha cercato a sufficienza di uscire dalle aule universitarie per stimolare un cambiamento in primo luogo culturale della città.

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Perché palazzo San Giorgio?
AR: Un giorno camminando sul corso Garibaldi notai il portone della galleria di palazzo San Giorgio aperto. Nonostante percorra le strade reggine dai tempi della mia formazione, da quando la vecchia sede era ubicata in via Cimino, non avevo mai notato la bellezza di questo spazio. Una galleria che connette il corso Garibaldi con lo Stretto. Una camera allungata, alta, stretta, una strada interna con un dislivello sensibile che sembra risucchiare il passante imponendo una rotazione trasversale alla percorrenza longitudinale del corso Garibaldi.
Decisi di proporla come spazio per dare seguito all’idea di organizzare un evento in città.
Data la sinergia con l’Amministrazione sembrò a tutti una buona idea.

È la prima volta che la facoltà di architettura si apre ai reggini. Che feedback si aspetta?
ER: Non so se sia la prima volta in assoluto, ma senz’altro è la prima volta da vent’anni a questa parte. Il primo feedback c’è già stato: un’affluenza straordinaria di persone di tutte le età e ceti sociali. La mostra è stata visitata da circa 1.500/2.000 cittadini in undici giorni di apertura. Abbiamo visto come le persone si siano soffermate a lungo per vedere i progetti; molte ci hanno fatto domande. Non sono stati visitatori mordi e fuggi. Abbiamo riscontrato una fame di architettura, una fame di progetti che modifichino la città e il territorio. Un solo piccolo esempio, una signora si è avvicinata e mi ha chiesto: “Scusi, c’è qualcosa su via Guglielmo Pepe?”. Questa domanda semplice e diretta è un indice di come gli abitanti di Reggio vorrebbero cambiare la città dove vivono, di come vorrebbero rendere Reggio un luogo migliore, ben sapendo che la buona architettura può avere un significato in primo luogo sociale: contribuire a una società più giusta. Starà ora a noi rispondere a questa fame di architettura.

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È stato difficile coordinare le varie concezioni dell’architettura che caratterizzano i docenti che hanno partecipato alla mostra?
AR: L’allestimento mira a coniugare due aspetti: l’invaso spaziale della galleria, del quale era necessario valorizzare la sua importante misura (cinquantadue metri trasversali alla linea del Corso Garibaldi) e l’idea di un lungo piano da lavoro che, nella memoria, riporta al tavolo da disegno illuminato dalle lampade a braccio. Su di esso sono state esposte una selezione delle tesi di laurea svolte nell’ultimo anno didattico. Ad ogni docente che ha manifestato l’interesse a partecipare è stata assegnata una superficie. L’eterogeneità dei contributi, delle tematiche e delle scale d’intervento, è da considerare parte dell’allestimento. Essa testimonia la diversità di esperienze che si compiono in un corso di laurea in Architettura, dà contezza di una importante varietà di contributi e saperi. Optando per un lungo tavolo unitario, un unico elemento dentro uno spazio, la varietà era ricercata.

50 anni e 41 metri, che rapporto c’è?
ER: Il primo numero riguarda il tempo, il secondo lo spazio. Sono le due coordinate con cui lavora l’architettura.

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Perché la cittadinanza dovrebbe visitare questa mostra?
AR: Per due motivi: uno perché sarà bello per i cittadini reggini entrare nella Galleria di Palazzo san Giorgio appropriandosi di uno spazio in una dimensione culturale senza alcun filtro. L’ingresso, infatti, è libero, facile e immediato; il secondo motivo riguarda i contenuti. In un sol colpo potrà rendersi partecipe di una complessità. Guardando i lavori potrà leggere connessioni di luoghi e temi. Dall’intervento a Reggio Calabria fino al lontano Oriente tutto sarà condensato in un giro di tavolo e uscendo, per una volta, potrà esprimere di essere contento di abitare in una città dalle convergenze multiple.

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