Sanremo 2018: il festival di Baglioni

Il trionfo della musica, il tonfo di tutto il resto: cosa ci ha convinto e cosa no di Sanremo 2018

E anche questo Sanremo è passato. Il festival della canzone, ma anche e soprattutto del costume italiano. Molto più che nazionalpopolare. Molto più che una kermesse canora. E anche quest’anno non potevamo fare altro che raccontarvelo, trovare pregi e difetti, dirvi cosa ci ha convinto e cosa no. La gestione Baglioni è stata una tra le più seguite degli ultimi quindici anni, con picchi di share del 58%. E’ stata la più musicale in assoluto degli ultimi anni, quella con più canzoni, con più ospiti musicali di tutte. E Claudione non poteva che metterci il suo tocco, dalla scelta delle canzoni in gara fino ai siparietti di intermezzo.

Ma ci sentiamo di dire che la premiata ditta Baglioni-Hunziker-Favino ha fallito in pieno. Il festival baglionicentrico, di un cantante apprezzato, ma di un conduttore poco riuscito. Il suo imbarazzo è stato evidente sin dalla prima serata: ingessato, rigido, freddure a gogò, gag poco divertenti e scarse di entusiasmo. Freddo, esageratamente composto, smodatamente egocentrico: tutti gli spazi morti sono stati riempiti da sue canzoni,  chiunque arrivi alla corte del dittatore Claudio deve pagar dazio, interpretando un suo testo, o duettando con lui. Da Biagio Antonacci a Fiorella Mannoia, nessuno è stato graziato dal megadirettore galattico.

Per fortuna  Baglioni si è circondato di abili collaboratori, brillanti conduttori, poco avvezzi alla sua dittatura. Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino sono stati i veri regali di Mamma Rai al popolo di Sanremo. Bellissima, esuberante lei, affascinante, pacato lui. Favino si è dimostrato un artista versatile, mai in imbarazzo, mai in difficoltà sul palco dell’Ariston, attore più apprezzato all’estero che in Italia, cantante, ballerino, conduttore, chi più ne ha più ne metta, è stato il volto più azzeccato del festival.

Su Michelle qualcosa da ridire ci sarebbe; la sua ventata di politically correct, all’insegna di un femminismo ideologico e di facciata con siparietti imbarazzanti, ci ha un po’ tediato. Ma per il resto la Hunziker è stata un’interprete perfetta, forse la vera protagonista di un festival grigio e un po’ imbronciato.

Ha trionfato la musica, ma c’è una lista senza fine di tutto ciò che invece è mancato: la comicità, il giornalismo, un maggiore spazio agli ospiti. Il tocco di un direttore artistico come Baglioni è stato inconfondibile: intermezzi esclusivamente musicali e sono mancate le lunghe interviste ad ospiti più o meno famosi, che fanno brodo, incuriosiscono ed impreziosiscono il Festival. Il povero Sting si è ridotto a dover duettare con Shaggy. Unica nota positiva l’incursione di Pippo Baudo, la personificazione di Sanremo, un cuor solo ed un’anima sola con un gigante della TV, che a più di ottant’anni riceve applausi e ovazioni, dodici festival all’attivo per lui.

La musica a Sanremo la fa da padrona, e non può che essere così. Ma il grande varietà che era una volta, quel gigantesco contenitore culturale in cui potevi trovare da Francesco Totti a Sharon Stone quest’anno sembra aver perso un po’ di smalto. Con brevissimi (seppur forti ed intensi) riferimenti all’attualità. Dovendo però mettere in conto che a meno di un mese dalle elezioni lo spazio per la satira politica è stato molto limitato.

A compensare tutto ciò la strabiliante qualità delle canzoni in gara, e stavolta dobbiamo dar ragione al megadittatore Claudio. Varietà stilistica, dal motivetto sanremese allo Stato Sociale, passando per la diaspora dei Pooh che si ricompongono in due o tre pezzi sul palco dell’Ariston. Scelte azzeccatissime. Sulla classifica finale niente da dire, finalmente la combinazione di voto della sala stampa, televoto, giuria di qualità, giuria demoscopica ha portato a risultati non indifferenti. Dando voce a nuove proposte, ad abitué del festival come Moro-Meta, e ad outsider di qualità come lo Stato Sociale.

Dopo la disastrosa gestione Baglioni ci sarà molto da fare. Intanto noi continuiamo ad appassionarci, a commentare, a parlare di Sanremo: perché è costume, è musica, è stile di vita dell’Italia che cambia. E non lo cambieremmo con nient’altro al mondo. Perché Sanremo è Sanremo.

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