In arrivo dal 14 marzo su Rai 2, e poi per ogni mercoledì, alle ore 21:20, “Il cacciatore”. È la storia di Saverio Barone (interpretato da Francesco Montanari, alias il Libanese di “Romanzo Criminale”), tratta dall’esperienza vissuta dal magistrato antimafia Alfonso Sabella nella Palermo criminale degli anni ‘90.

All’indomani delle stragi di Capaci e di via D’Amelio nei quali persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sarà proprio il pm protagonista di questa serie a “dare la caccia” agli esponenti della criminalità corleonese e, in particolare, a Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella artefici dei due tristi attentati che sconvolsero l’Italia intera.

Tra i protagonisti di questa nuova serie Tv vedremo anche Alessio Praticò, attore reggino che interpreterà Enzo Brusca, fratello di Giovanni, che partecipò alle fasi preparatorie dell’attentato a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta, e che fu anche il carceriere del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Alessio nasce a Reggio Calabria l’8 maggio 1986 e vive nella splendida cornice dello Stretto fino all’età di 25 anni. Dopo la laurea in architettura, si trasferisce a Genova e lì studia recitazione presso il prestigioso Teatro Stabile all’interno del quale, successivamente, inizierà a collaborare e lavorare. Ha all’attivo numerosi spettacoli a teatro (“Fratelli di Sangue” di Axel Hellstenius; “Un Cappello di Paglia di Firenze” di Eugene Labiche e Marc Michel; “Sogno di Una Notte di Mezza Estate” di William Shakespeare) e al cinema è stato uno dei protagonisti del film “Antonia”, opera prima di Ferdinando Cito Filomarino (prodotta da Luca Guadagnino, il regista di “Chiamami col tuo nome” candidato agli ultimi Oscar) ed il protagonista maschile del film “Lea” di Marco Tullio Giordana (il regista de “I cento passi” e “La meglio gioventù”). Per la televisione ha lavorato in “Solo”, la fiction televisiva trasmessa su canale 5 lo scorso autunno, e in “The Young Pope” con regia di Paolo Sorrentino. Alessio sarà anche uno dei protagonisti della serie “Il Miracolo” (scritta da Niccolò Ammaniti, con la regia di Francesco Munzi e Lucio Pellegrini e prodotta da Sky), che verrà trasmessa sul canale Sky Atlantic. Attualmente vive a Roma e oggi lo abbiamo “intercettato” per avere qualche riflessione sulla professione di attore che svolge ormai da diversi anni e alcune anticipazioni sulla serie Tv “il Cacciatore” (regia di Stefano Lodovichi e Davide Marengo) che sarà trasmessa su Rai 2 a partire dal 14 Marzo.

Ciao Alessio, è un piacere rivederti a casa nostra, a Reggio Calabria. Sono ormai 7 anni che vivi lontano dalla tua città natale, ma sappiamo che sei molto legato a questi posti e al Sud in genere. Ogni quanto cerchi di tornare qui e ripercorrere le tue origini?

“Cerco di tornare a Reggio ogni volta che posso. Intanto perché sono molto legato alla mia famiglia e ai miei genitori, di cui sono figlio unico. E poi perché sono legato alla mia città e alla mia terra. Per me è davvero essenziale tornare qui e ripercorre alcuni “topos” che mi riportano all’infanzia e a tutto ciò che ad essa è collegato”.

Ci sono dei posti o delle sensazioni in particolare a cui non puoi i proprio rinunciare quando ritorni a Reggio Calabria?

“Senz’altro mi viene in mento il mare. Il lungomare e l’idea di fare una passeggiata lì. Ma anche semplicemente trascorrere del tempo in casa mia, per poter rivivere i luoghi in cui sono cresciuto, lo trovo sempre interessante!”.

Adesso che vivi e lavori fuori dalla tua città natale, ti consideri uno dei talenti in fuga di cui si sente spesso parlare?

“Sinceramente non posso essere io a dire se sono un talento o se sono in fuga (ride). Diciamo che ho avuto sin da giovanissimo la passione per la recitazione e, per questioni pratiche, sono stato “costretto” a lasciare Reggio Calabria perché la scuola di recitazione che intendevo frequentare si trovava a Genova. Poi, per quanto concerne il mio lavoro, è chiaro che altre città offrano più possibilità dal punto di vista lavorativo.”

A parte i motivi di studio e di lavoro, c’è qualche altro fattore che ti ha “spinto” a fuggire verso nuovi orizzonti?

“Per il modo in cui concepisco la vita, secondo me, fuggire non è un problema né un difetto. Più che di fuggire, alla fine si tratta di conoscere altre realtà che permettono di fare esperienze diverse da quelle che ti offre il contesto in cui sei nato. Si tratta di sperimentare altri modi di vedere le cose, le persone, i luoghi. Non trovo corretto che il discorso della fuga vada trattato sempre come un problema. Anzi, può essere una possibilità di maturazione e di crescita personale. Banalmente, ti posso citare Proust che dice “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. È ovvio, però, che l’atto di fuggire diventa un problema nel momento in cui tornare alle origini si trasforma in un atto di sofferenza, specie quando non puoi donare indietro al luogo da cui provieni le esperienze che hai vissuto.”

Questo dipende molto dai limiti che ha una città nell’offrire un programma culturale e, magari, nel creare lavoro sulla base di esso, non credi?

“Senz’altro la ristrettezza culturale è uno degli elementi che spinge una persona ad andare fuori per conoscere qualcosa di nuovo. Però è anche vero che i più grandi personaggi nascono e crescono in territori al confine, in territori di provincia. E forse è proprio il limite che caratterizza il nostro tipo di territori che fa nascere la voglia di conoscenza e di sperimentazione. Certo, non nascondo che mi piacerebbe vedere ogni singola persona che viene fuori da questo contesto, tornare poi ed offrire la sua esperienza per cercare di aiutare il proprio territorio e la propria città in questa crescita culturale.”

Immagino che nel tuo lavoro hai a che fare ogni giorno con registi, produttori e altri attori che provengono da latitudini diverse del nostro Paese. Che giudizio hanno del Sud Italia e della nostra gente?

“Finora ho avuto la fortuna di lavorare con belle persone e grandi professionisti. Personalmente, non ha mai sperimentato un pregiudizio nei miei confronti o nei confronti del fatto di essere nato e cresciuto in una città del Sud Italia. Anche perché le persone intelligenti valutano le persone che hanno di fronte a prescindere dalla loro provenienza geografica, dal loro sesso, dalla loro religione o da altro. Certo, capita molto spesso che, parlando della nostra terra, c’è un’impressione negativa legata al fenomeno della ‘ndrangheta. Però, ancor più spesso, capita che persone che lavorano nel mio settore giungano qui e si rendano conto che c’è una realtà composta da belle persone. E riconoscono che esse fanno una fatica doppia a raggiungere i loro obiettivi e che ciò avviene grazie ad un grande senso del dovere e della dignità che li porta a proseguire in un percorso di onestà.”

Esaminando qualche tuo lavoro, spiccano in particolare due film con protagoniste due figure di donna realmente esistite e unite, ognuna in modo diverso dall’altra, da una comune lotta verso il contesto da cui erano circondate. Stiamo parlando di Antonia Pozzi e di Lea Garofalo, nei rispettivi film “Antonia” e “Lea”. Parlaci un po’ di loro e delle impressioni che hai avuto durante questi lavori.

“Antonia Pozzi era una poetessa degli anni ’30, figlia di un importante avvocato milanese, che era stata scoperta da Eugenio Montale. Come tanti altri, lei avvertiva il clima cupo dell’Italia di quel periodo storico. Le leggi razziali del ’38 colpirono alcuni dei suoi amici più cari ed a causa di un “padre-padrone” e della poca fiducia che nutriva nel suo estro poetico, lei viveva un gran male interiore, anche dal punto di vista degli affetti. Tutto questo la portò a togliersi la vita a soli 26 anni. Tuttavia, Antonia ha cercato di essere precorritrice di un ideale di bellezza. Oltre che poetessa, era anche una fotografa e un insegnante che si prendeva cura dell’educazione dei bambini. Nel film “Antonia” ho interpretato il suo amico Remo Cantoni, un filosofo milanese, anch’esso realmente esistito, e di cui Antonia era innamorata. Per me è stato un vero lavoro di trasformazione in quanto ho dovuto vestire i panni del “dandy” di quell’epoca ed anche imparare a parlare con l’accento milanese. In quegli anni di buio e restrizioni, comunque, Remo portava avanti un modo di vivere tutto suo: si vestiva in maniera diversa e aveva un pensiero rivoluzionario rispetto ai canoni del tempo.”

E, invece, cosa puoi dirci della storia di Lea Garofalo e della tua interpretazione nel ruolo del suo ex compagno, il famigerato Carlo Cosco?

“Lea è un film che racconta una storia realmente accaduta. La ribellione di Lea Garofalo nei confronti del contesto mafioso a cui apparteneva, il suo ruolo di testimone di giustizia, il rapimento e la tragica e violenta fine per opera del suo ex compagno. Come Antonia, ma in un contesto temporale e spaziale radicalmente diverso, Lea vive in aperto conflitto con l’ambiente e il retroterra culturale che lo caratterizza. Decide di affrontarlo, cercando di distruggere tutto il male che proviene dalla sua famiglia e dal suo territorio, offrendo la sua coraggiosa testimonianza alla giustizia. Sento di aver avuto un grande privilegio nel prender parte alla messa in scena di questa storia: prima di tutto da calabrese che racconta la storia di un’altra calabrese; e, in secondo luogo, da attore che si cimenta in un ruolo complesso: quello di Carlo Cosco, l’ex compagno, appunto, di Lea Garofalo. È un uomo che ha inciso terribilmente sulla vita di una donna, la sua compagna di vita, arrivando a progettare il suo sequestro e la sua macabra uccisione. A differenza di Remo Cantoni che era un filosofo dei salotti milanesi, che scriveva versi e ascoltava musica classica, Carlo Cosco è una figura diametralmente opposta, che proviene dall’entroterra calabrese e crede che la donna sia solo destinata ad obbedire ed a servire l’uomo da “oggetto” e non da “persona.”

Qual è il lavoro che viene svolto dietro l’interpretazione di un personaggio come Carlo Cosco, l’ex compagno di Lea Garofalo?

“Sicuramente aiuta tanto avere una buona base dal punto di vista della sceneggiatura. Altra cosa fondamentale che un attore deve tenere a mente è quella di non giudicare mai il personaggio che va ad interpretare. È importante che, da interprete del personaggio, l’attore possa portare avanti quella che è la “verità” della persona interpretata, quelli che sono gli obiettivi ed il modus operandi di quella persona. Nel momento in cui l’attore, invece, giudica la persona che deve interpretare, si sta ponendo ad un livello più alto o più basso e questo va ad influenzare l’interpretazione. Noi attori compiamo le azioni di altre persone, agiamo a loro modo per poterli interpretare. È dunque importante non vestire l’abito del cattivo per raccontare la sua cattiveria. Il cattivo è un essere umano che vive sì in maniera meschina, triste, ma lo fa credendo di essere nel giusto.”

Invece, la prossima serie Tv che ti vedrà tra i protagonisti è stata girata in Sicilia, a Palermo. Cosa puoi dirci di questa nuova produzione che andrà in onda su rai 2?

“Prende spunto da fatti realmente accaduti. Alfonso Sabella è stato un magistrato che, a soli 30 anni, entrò a far parte del pool antimafia e mise letteralmente da parte la sua vita per portare avanti il suo lavoro di indagine. In lui crescerà una vera e propria ossessione per poter compiere la cattura dei principali esponenti della mafia siciliana: Bagarella, i fratelli Brusca, Mangano e tanti altri ancora. Questa serie racconta due punti di vista essenziali. Il punto di vista dei “buoni” e il punto di vista dei “cattivi” e di come entrambi vivono, lavorano e si tormentano. Trattandosi di una serie Tv – e non di una fiction – si vedrà molto bene il lavoro prodotto sulle varie sfumature dell’essere umano. Non c’è lo stereotipo del “cattivo” o lo stereotipo del “buono”. Il cattivo è solitamente visto male per le azioni che compie, ma anche lui vive le sue contraddizioni interne. E lo stesso discorso vale per il buono che viene visto come un eroe ma che, in realtà, ha tanto di “umano” da raccontare.”

Quale dei personaggi di questa serie interpreterai?

“Anche in questo caso mi toccherà interpretare un personaggio “negativo”. Sarò Enzo Brusca, fratello di Giovanni Brusca. È stato interessante aver lavorato su questo personaggio perché mi ha dato la possibilità di esercitarmi sul dialetto siciliano. Abbiamo avuto un coach che ci ha aiutato con il palermitano, si chiama Enrico Roccaforte, un attore che ci ha dato una grossa mano in tutto il lavoro che abbiamo portato avanti. Per un attore è sempre bello fare un lavoro di trasformazione totale, anche dal punto di vista del dialetto e delle sue varie cadenze.”

Chi è Enzo Brusca?

“Enzo Brusca è un personaggio che vive tantissimi conflitti interni. Al di là dell’aspetto cattivo che si può vedere nella sua persona (sappiamo tutti cosa hanno fatto i due fratelli), Enzo vive un conflitto col fratello Giovanni, un conflitto legato ad un sentimento di esclusione rispetto alle attività del fratello e caratterizzato da un sentirsi “poco considerato” da quest’ultimo.”

Qual è il messaggio che la serie “il Cacciatore” vuole lanciare?

“Il nostro lavoro ci permette di raccontare storie di uomini ad altri uomini. In questo caso proveremo a raccontare un periodo storico del nostro Paese e il messaggio che traspare da questa serie – e qui riporto una frase che è stata detta da Francesco Montanari, il protagonista della serie – è che il bene e la ricerca del bene è un’attività entusiasmante, è “cool”. Siamo sempre spinti a ritenere più affascinante il cattivo per la sua vita segreta e per quello che compie, ma in questa serie si vede che, in realtà, è molto più interessante lavorare per il bene e, specialmente, per il bene di tutti.”

Cosa possiamo aspettarci dalla serie “il Cacciatore”?

“Diciamo che ha le carte in regola su tutti i fronti: scrittura, regia, interpretazione, montaggio. È stato fatto un lavoro interessante ed accurato. Si è dato risalto ad una nuova frontiera di racconto seriale che porta lo spettatore a calarsi all’interno di quello che andremo a raccontare. Anche le musiche, per esempio, sono protagoniste della storia. Non sono musiche “da contorno”. Questa è una cosa fondamentale. Noi ce l’abbiamo messa tutta perché comunque si tratta del nostro lavoro.”

Per finire, qual è il consiglio che daresti ad un giovane reggino che magari vorrebbe intraprendere la tua stessa strada di attore?

“Un giovane deve capire innanzitutto cosa lo spinge a portare avanti questa passione e questo lavoro. Capita molto spesso che tanti ragazzi abbiano un immaginario diverso della vita di un attore, come se fosse tutto bello e interessante. È anche quello ma non solo quello. C’è dietro uno studio, tanti sacrifici, delusioni e frustrazioni. A volte anche costanti. Questo è un lavoro in cui non c’è mai un punto di arrivo. E non deve mai esserci un arrivo, in realtà. Fare l’attore è sempre un continuo punto di partenza. Guai se non fosse così. Quello che posso consigliare è, intanto, capire perché si vuole fare questo lavoro: se lo si vuole fare solo perché c’è un aspetto egocentrico della persona che vuole fare l’attore per farsi notare e farsi riconoscere, non è questo il lavoro dell’attore. È qualcosa di più alto in realtà. Una volta che si è capito perché si desidera lavorare come un attore, l’unico consiglio che posso dare è quello di studiare, leggere tanto, vedere tanti film e tanto teatro di qualità. Mai stare fermi. Poi è chiaro che non sarà mai un percorso lineare, ma trovo fondamentale frequentare almeno un’accademia o una scuola di recitazione che possa insegnare una base tecnica che aiuti a far emergere la parte creativa dell’attore”.

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