Ludopatia: quando la dipendenza dal gioco d’azzardo esclude l’imputabilità

L'incontenibile bisogno di giocare d’azzardo rientra nel concetto di infermità di mente?

Poker, slot machine, schedine o semplici “Gratta & Vinci”. La società attuale è sempre più malata di gioco d’azzardo e, talvolta, questo irrefrenabile impulso può sfociare in una vera e propria patologia, la Ludopatia, rilevante anche per il diritto penale.

Come è noto, infatti, l’autore di un reato può essere punito solo se imputabile, ossia se ha commesso l’illecito con la capacità di intendere e volere, esigendo la legge che il colpevole, al momento del fatto, abbia inteso il significato delle sue azioni e, nonostante ciò, abbia commesso il crimine.

L’imputabilità è, peraltro, esclusa dall’ordinamento in presenza di un’infermità di mente, a sua volta distinguibile in totale o parziale. Nel primo caso, la patologia annulla totalmente la capacità di intendere e di volere e l’autore non può, pertanto, essere sanzionato. Nel secondo, invece, la stessa è solamente ridotta, sicché la pena da irrogare sarà proporzionalmente diminuita dal giudice.

Bisogna, allora, chiedersi cosa accade in caso di ludopatia. E cioè: se si commette un reato connesso a questo stato psicologico, si è punibili?

La ludopatia è comunemente inserita nella categoria dei c.d. disturbi della personalità. Si tratta, in sostanza, di una patologica deviazione caratteriale che comporta un irrefrenabile bisogno di giocare d’azzardo. La giurisprudenza è, d’altra parte, costante nel ricondurre gli stessi nell’ambito dell’infermità mentale, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere e volere. Ne deriva, allora, che, almeno in teoria, la ludopatia è idonea a diminuire, o, finanche, escludere, l’imputabilità del soggetto, giustificando una riduzione di pena se questi commette un reato.

Nella pratica, il giudice deve, però, sempre analizzare se il disturbo mentale sia stato, o meno, la causa esclusiva che ha indotto il soggetto a commettere il crimine, escludendone, in caso contrario, rilievo penale.

Il suesposto principio è stato di recente affermato dalla Corte di Cassazione, che ha escluso la qualificabilità in termini di disturbo mentale della ludopatia nel caso i proventi di un furto vengano usati, non solo per il gioco d’azzardo, ma, anche, per fini diversi (es. pagare debiti contratti in precedenza). A soluzione opposta, la stessa Corte, sarebbe pervenuta se l’autore del furto lo avesse commesso solo per poter giocare d’azzardo nella stessa sera. In quest’ultimo caso, la ludopatia sarebbe stata, infatti, proprio la ragione giustificativa del reato commesso e, datala minore capacità di intendere e volere del reo, avrebbe consentito a una diminuzione/esclusione di pena.

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