Perché il suicidio di Giada è un segnale pericoloso

Abbiamo un problema culturale se nel 2018 si muore perché non si riesce a laurearsi

Nel 2018 si può morire perché non ci si laurea. Perché a volte non si è in grado di soddisfare le aspettative di chi si ha davanti, o perché si viene risucchiati dal vortice della responsabilità e dell’indipendenza. Giada non si è laureata. E ha seguito la strada di una minoranza in costante aumento: ha preferito togliersi la vita per non esporsi a delusioni, pettegolezzi, alla patetica e a volte ipocrita pietà di parenti e amici. Il vero tema è che non possiamo più pensare di liquidare situazioni come questa come casi isolati. Ma abbiamo il dovere di prendere di petto la questione: perché a mentire sulla propria carriera universitaria sono sempre di più.

A nascondersi dietro una bugia, che poi ne tira un’altra e un’altra ancora, fino a generare un circolo vizioso. Forse è il caso di ripensare concetti come successo e realizzazione personale. E di rimettere in discussione l’idea di università e di formazione che abbiamo finora avuto. Perché barattare i principali snodi della conoscenza del nostro Paese per qualche idiota classifica (che poi ognuno ha le sue in cui risulta primo) e per qualche soldino in più, sta mortificando il sapere, sta uccidendo l’idea di formazione che siamo bravi a predicare, ma un po’ meno a praticare. Trasformare le università in centri di alta formazione professionale ci ha un po’ imbruttiti, diciamoci la verità.

Giocare a chi si laurea per primo, o a chi prende più 30 ci ha spinti a concentrarci tanto sul risultato e poco sul percorso. Perché conoscersi viene prima di conoscere; e l’università dovrebbe essere quel momento del proprio percorso in cui lo studio diventa una sfida con se stessi, un cammino di discernimento anche lungo, verso la definitiva decisione di quale posto prendere nel mondo. Ma i test di ammissione, il mercato del lavoro e molto altro  hanno svilito il ruolo della conoscenza, l’hanno degradata a mezzo, a condizione indefettibile per avere un buon posto di lavoro. E così il “in quanto e con quanto” ha preso rapidamente il posto del “come”. A volte un 18 vale molto di più di un 30, ce lo siamo detti e ce lo diremo sempre.

Ma il problema è sociale, e  dipende tutto dal valore che diamo ai risultati. Non abbiamo ancora fatto i conti con i problemi che l’arrivismo e la competizione cieca stanno generando. Abbiamo trascurato il valore solidaristico della conoscenza. Ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie nel mio percorso non ancora concluso; qualcuno in particolare mi ha ricordato che la conoscenza non ha valore se non viene messa al servizio degli altri, di chi fatica ad apprendere, e vuole un po’ più di tempo.

Dobbiamo ammettere che stiamo educando alla rapidità e alla competenza, ma poco al ragionamento ed alla conoscenza. Molto alla sapienza, poco alla saggezza. Il modello di superuomo a cui rischiamo di ambire sta trasformando il mondo del domani nel germoglio dell’individualismo ad ogni costo. Eppure nessun uomo è un’isola. E’ un gesto rivoluzionario prendersi un po’ più di tempo e finire i propri studi un po’ più vecchi degli altri, ma magari un po’ più saggi.

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