L’Ocse spinge per la patrimoniale. Logica e buonsenso? Ripassate domani

La retorica delle diseguaglianze e l’iniquità di un tributo che mette in ginocchio il ceto medio.

In Italia aumentano le diseguaglianze. Poveri che diventano sempre più poveri, a fronte di pochi paperoni (il 10% degli italiani) che hanno in mano il 43% della ricchezza.

La soluzione? Una nuova patrimoniale, secondo l’OCSE.

Nel suo rapporto sulla tassazione dei risparmi delle famiglie, infatti, è stato raccomandato all’Italia di introdurre in tempi brevi un’imposta patrimoniale. Il classico “togliere ai ricchi per dare ai poveri” di Robin-Hoodiana memoria, insomma e, all’apparenza, niente di più logico. Un ottimo slogan acchiappa voti, leitmotiv dei ferventi statalisti in campagna elettorale. Ma è davvero tutto così semplice e scontato?

Andiamo per ordine. Le imposte patrimoniali sono quelle imposte che, anziché colpire il reddito colpiscono, per l’appunto, il patrimonio dei contribuenti nella sua staticità e rigidità. Tipico esempio di patrimoniale, per rendere l’idea, è il famoso prelievo forzoso sui conti correnti varato dal Governo Amato nel ’92 quando, nella notte tra il 9 e il 10 luglio, gli italiani si videro inconsapevolmente derubati del 6 per 1000 dei propri risparmi.export.1.1564245.jpg--Se prima facie, dunque, una patrimoniale sembrerebbe il modo più giusto e indolore per ridurre le diseguaglianze, tuttavia una serie di riflessioni portano ad evidenziare che i costi di una simile manovra sarebbero di gran lunga maggiori dei relativi benefici.

Innanzitutto, è bene notare che, in Italia, le patrimoniali già esistono. E’ vero, le imposte di successione godono di una franchigia fino a un milione di euro e non sono, quindi, rigide e gravose come negli Stati Uniti; ma non è forse una patrimoniale la tanto odiata IMU-TASI, il cui gettito è pari ad oltre 20 miliardi di euro?

Ancora, prescindendo da ciò, è chiaro a tutti che il patrimonio altro non sia se non la somma dei redditi accumulati negli anni. Proprio quei redditi già ampiamente tassati (in particolar modo per i ceti più abbienti, visto il carattere progressivo dell’IRPEF) al momento del loro conseguimento. Ora, come può ritenersi davvero equa una nuova imposta che, in nome dei soliti deliri di onnipotenza dei governanti, ci costringerebbe a versare all’Erario parte della nostra ricchezza già prodotta, dei nostri beni già tassati, in piena violazione del divieto di doppia imposizione?

Per non parlar del fatto che, in un Paese dove le tasse sul lavoro e sulle imprese sono più alte della media europea, una manovra simile sarebbe un incentivo in più ad accumulare patrimoni al di fuori dei confini nazionali. Mi viene in mente, a proposito, il provvedimento inutile e demagogico del governo Monti che introdusse la famosa tassa sui super-yacht. Il risultato? Abramovich&Co attraccarono altrove, alla faccia delle piccole imprese che vivono di turismo.worlds-biggest-yacht-eclipse-roman-abramovich-anti-paparazzi-laserIl vero danneggiato sarebbe, ancora una volta, il ceto medio, quel mondo delle partite IVA privo di tutele e perennemente visto con l’occhio storto da chi si alterna a palazzo Chigi. Sia chiaro: nessuno è portatore di verità assolute e nessuno vuole ergersi a un Deus ex machina che, con le sue ricette, pensa di trovare la soluzione ai più intricati rebus del nostro Paese.

Tuttavia, sarebbe bene che si pensasse a qualcosa di diverso rispetto al retorico livellamento verso il basso, tipico della mediocre mentalità del “mal comune, mezzo gaudio”. La strada non è l’invidia sociale; non sono quei provvedimenti che mirano ad impoverire chi si è fatto il mazzo per mettere da parte dei risparmi. La sfida di oggi, in un mondo globalizzato in cui, al netto delle nostre potenzialità, siamo tutti sullo stesso livello, è dare incentivi a migliorarsi, realizzarsi e costruirsi un futuro dignitoso.

Con la consapevolezza che chi ha di più non è né un ladro né un furfante, ma soltanto qualcuno più bravo di noi.

Commenti

commenti

SHARE