Generalmente in ambito scientifico avviene che la nuova scoperta prenda il nome del suo scopritore, allo stesso modo in ambito giudiziario un anonimo commerciante di bollicine ha prestato il proprio nome ad una vicenda oltremodo intricata, diventando l’eponimo di un caso che fino a pochi mesi fa avrebbe potuto creare un insanabile contrasto tra diritto interno e diritto europeo.

Il crescente interesse suscitato dalla questione è testimoniato dalla sequela di disparate denominazioni in cui la dottrina si è spesa nell’intento di descrivere il rapporto dialogico instauratosi tra Corte Costituzionale e Corte di Giustizia Europea. Invero si è parlato di “Tango Taricco”, “Taricco affaire”, “Saga Taricco” et similia. Avendo già costituito vexata quaestio in numerose disamine dottrinali -cui si rinvia per un’analisi più approfondita- ci limiteremo in tal sede a riassumerne solo i tratti salienti, analizzando i possibili scenari futuri.

Nel gennaio del 2014 il Tribunale di Cuneo si trovava ad affrontare una vicenda in cui numerosi imputati, tra i quali figurava appunto il signor Ivo Taricco, erano accusati di aver costituito un’associazione criminale finalizzata all’evasione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA), tributo comunitario particolarmente importante per il bilancio europeo.

Il Tribunale di Cuneo tuttavia, ritenendo impossibile addivenire ad una sentenza penale di condanna a causa del sopraggiungere della prescrizione, decideva di sollecitare la Corte di Giustizia Europea per un chiarimento in merito all’eventuale contrasto tra l’istituto della prescrizione e alcune norme europee.

L’8 settembre 2015 la Grande Sezione della Corte di Giustizia UE, dopo aver dichiarato la domanda ricevibile e ravvisando alcune incompatibilità tra il regime degli atti interruttivi della prescrizione ex artt. 160 e 161 c.p. e il diritto dei trattati europei, imponeva ai giudici italiani il dovere di disapplicazione. Tale obbligo sarebbe gravato allorquando «a fronte di fatti costitutivi di una frode grave» ne fosse derivato «in un numero considerevole di casi, l’impunità penale».

Questa prima pronuncia comportò una reazione immediata e proteiforme da parte della giurisprudenza italiana. Basti pensare che mentre la terza sezione della Cassazione, conformandosi al dictum comunitario, disapplicò gli articoli in questione, la Corte d’appello di Milano sollevò invece una questione di legittimità costituzionale ravvisando una violazione del principio di legalità di cui all’art. 25.2 della Costituzione a causa di un prolungamento dei termini di prescrizione. La quarta sezione della Cassazione invece, dichiarando “insussistenti” i criteri indicati dai giudici europei (gravità delle frodi e considerevole numero di casi) e ritenendo incerto il termine di maturazione o pendenza della prescrizione, reputò non operante l’obbligo di disapplicazione.

Le summenzionate risposte giurisprudenziali fondavano le premesse per l’intervento della Corte Costituzionale che, con l’ordinanza n. 24 del 2017, ebbe il merito di stemperare un drammatico conflitto. In maniera elegante la Corte faceva notare come ottemperando ai dettami europei il nostro principio di legalità avrebbe subito un inaccettabile vulnus, ora a causa di un inasprimento del regime sanzionatorio avente carattere retroattivo, ora a causa dell’eccessiva vaghezza con cui avrebbe dovuto determinarsi l’obbligo di disapplicazione. La “gravità” della frode e il “numero considerevole di casi” sarebbero stati inevitabilmente confliggenti con l’esigenza di tassatività e determinatezza su cui si fonda il nostro ordinamento.

L’ordinanza con cui si era rinviato pregiudizialmente alla Corte Europea, definita un vero e proprio “ultimatum” o “diffida”, doveva invero ritenersi un tentativo di conciliazione e di dialogo. Infatti, seppur la Corte Costituzionale avesse ravvisato un contrasto tra diritto comunitario e principi costituzionali, anziché azionare i “controlimiti”, preferì ugualmente fornire alla Corte Europea un’occasione di ravvedimento, adempiendo quindi al principio di “leale collaborazione”.

Ebbene il 5 dicembre 2017 La Corte Europea torna sul punto con un’altra sentenza, denominata convenzionalmente dalla dottrina “Taricco Bis”, nonostante gli imputati siano differenti. Con tale pronuncia i giudici europei fanno un passo indietro rispetto al dictum iniziale, mitigandone la perentorietà e dimostrandosi sensibili al pluralismo costituzionale e ai connotati identitari della nostra cultura democratica. In specie, dopo aver lungamente rivendicato la correttezza dell’interpretazione espressa nella prima sentenza Taricco, in modo repentino e inaspettato i giudici europei precisano che il dovere di disapplicazione sussiste solo allorquando dallo stesso non discenda una lesione al principio di legalità, da intendersi nelle sue molteplici estrinsecazioni e sfaccettature (irretroattività della legge penale, obbligo di determinatezza e di prevedibilità delle fattispecie penali). Tenendo conto dello spirito dialogico che dovrebbe contraddistinguere il rapporto tra le due Corti, i giudici europei molto diplomaticamente fanno un passo indietro, tentando di conciliare due diverse concezioni di diritto penale.

giustizia

Con riguardo ai possibili scenari futuri, deve essere rilevato come la Corte Europea abbia lanciato un chiaro monito al nostro legislatore, reo di non aver predisposto un termine di prescrizione adeguato, affinché intervenga per tutelare efficacemente le finanze comunitarie. Insieme all’esortazione contenuta nella sentenza, i giudici accennano alla direttiva PIF (Protezione Interessi Finanziari) 2017, che impone agli stati membri una parziale armonizzazione del regime di prescrizione con riferimento ai reati lesivi degli interessi finanziari europei.

Tirando le fila del nostro discorso, non possiamo esimerci dal salutare positivamente lo spirito collaborativo che ha animato il rapporto tra Corte Costituzionale e Corte Europea. Ad avviso di chi scrive, il rapporto dialogante accompagnato da una maggiore apertura, anche con riguardo alle questioni attinenti il diritto penale, potrebbe condurre ad acquisire le suggestioni europee quale possibile spunto di riflessione per un’implementazione del nostro ordinamento

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